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Game of Thrones, i cavalieri muoiono, eunuchi e nani sopravvivono6 min read

8 Giugno 2015 5 min read

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Game of Thrones, i cavalieri muoiono, eunuchi e nani sopravvivono6 min read

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Stasera il nono episodio della quinta stagione di una serie tv che si è spinta oltre i romanzi che l’hanno ispirata, ridisegnando i canoni del genere fantasy. Di seguito un articolo di Eleonora Caruso che compie un’interessante analisi sui personaggi maschili della saga: soccombono i cavalieri forti e arroganti mentre sopravvivono gli eroi “imperfetti”: il nano, l’eunuco, il tenutario di bordello innamorato di una sola donna e il cavaliere dalla mano mozza…. per ora.
Articolo di Eleonora Caruso per Wired.it
Un merito che viene giustamente riconosciuto a George R. R. Martin è quello di aver creato un universo di personaggi femminili come raramente se ne vedono nella narrativa di genere (ne abbiamo parlato anche noi). Quello che invece passa più inosservato è il suo lavoro altrettanto curato e in un certo senso rivoluzionario su personaggi maschili; sì, perché Martin, fin dal primo libro, sembra impegnato, attraverso i suoi personaggi, in una lenta ma implacabile destrutturazione dell’eroe maschile.
Quelli classici hanno iniziato da subito a sparire. Il guerriero khal Drogo, avvelenato da una vittima di violenza da parte del suo khalasar, e Re Robert Baratheon, che si è preso il regno con una rivolta ma ha vissuto i suoi ultimi anni come un grasso ubriacone. Anche Ned Stark, eroe retto per eccellenza, giusto, saggio, sopravvissuto a centinaia di battaglie, cade sotto un vile tradimento, come a dire: questo non è il tempo per te. Uomini virili, coraggiosi, in posizioni di potere. Figure quasi archetipe del fantasy, che però non sopravvivono neanche al primo libro. E a continuare il gioco dei troni, invece, sono gli insospettabili.
I due giocatori più abili, che compaiono fin dal principio senza mai attirare l’attenzione, sono Petyr “Little Finger” Baelish e Varys. I due si muovono nell’ombra, sibilando, non impugnano una spada nemmeno una volta, non esibiscono nessuno dei comportamenti iper-sessuali dei quali le narrazioni spesso si servono per “virilizzare” i personaggi: Littlefinger continua ad amare una sola donna (nonostante gestisca un bordello, non lo si vede mai avere un rapporto con una prostituta), Varys è un eunuco (viene suggerito una sola volta che abbia un certo interesse per i ragazzini). Nessuno corrisponde meno di questi due personaggi allo stereotipo dell’eroe maschile, non ne hanno nemmeno l’aspetto (niente muscoli, armi, lunghe barbe) eppure Martin ci insegna da subito a considerarli molto più pericolosi e a temerli.
Qualcosa di molto simile accade anche con Tyrion, che non per nulla viene sbeffeggiato con l’appellativo “mezzo uomo”. Nano, brutto (nei libri molto più che il tv), leggermente claudicante, disprezzato dal proprio stesso padre, Tyrion vive in una condizione di svantaggio paragonabile a quella femminile, riscattata solo in parte dal benessere economico. Tyrion non potrà mai compiere grandi imprese militari, e ciò in teoria lo esclude da qualsiasi possibilità sociale. Eppure, in modo simile a Varys e Littlefinger, sopravvive grazie alla sua mente affilata e alla sua capacità di affabulatore.
Lo dicono anche, nei libri: “Il vero figlio di Tywin Lannister è Tyrion Lannister”. Quest’ultimo non se ne rende conto, e alla fine dei conti è meglio così, perché è proprio la sua posizione d’inferiorità a rendere Tyrion ironico, caritatevole, orientato a fare – pur coi suoi chiaroscuri – se non proprio del bene, almeno il minor male possibile. Il lettore maschile ha a disposizione guerrieri che radono al suolo città e conquistano regni, eppure è portato ad identificarsi e a tifare per il nano perseguitato e incline ad attacchi di depressione. Se non è rivoluzionario questo.
Anche Jaime, il fratello di Tyrion, è idealmente il suo opposto, ma non a lungo. Quando perde la mano, Jaime perde anche quello che lo caratterizzava come persona, diventa anche lui “un mezzo uomo”. Improvvisamente inutile nel suo ruolo, deve reinventarsi da capo, scoprendosi migliore di quello che inizialmente credeva di essere. Prima Jaime era spietato, bello ed esageratamente abile nell’unica cosa che si trovava a dover fare. Poi diventa un personaggio che ha dei dubbi, dei rimorsi, che si sente inutile, che non sa più quale sia il suo posto nel mondo. La mutilazione è stata, narrativamente parlando, la cosa migliore che gli sia successa.
E a proposito degli uomini Lannister, come non menzionare Tywin, l’eroe di guerra per eccellenza, stratega implacabile e uomo granitico, che finisce i suoi giorni nel modo meno glorioso possibile? È come se Martin volesse spogliarlo del suo stesso mito.
Bran, che sembrava il più sfortunato dei ragazzi Stark, ha seguito fin da piccolo un’evoluzione con imprevedibili risvolti. Perso l’uso delle gambe, Bran sapeva di non poter più imparare a combattere e si era rassegnato all’idea che si sarebbe sentito inutile per tutta la vita, uno storpio, una “cosa rotta”. Invece proprio questo handicap gli permette di scoprire in sé un potere che poteva restare latente per sempre. Robb, lui sì che era l’eroe maschile per eccellenza, retto, abilissimo, suscitava la devozione dei suoi uomini e il terrore nei suoi avversari. E perde tutto facendo l’errore più stupido dell’universo.
Theon, mosso dall’ambizione e dal desiderio di compiacere suo padre, tradisce gli Stark e s’impossessa di Grande Inverno con la forza, secondo l’ideale del conquistatore, ma da lì in poi le cose andranno sempre peggio, per lui. Eppure, anche prima di venire torturato ed evirato da Ramsey, Theon era un personaggio interessante proprio per il suo sentirsi sempre un po’ perdente, sempre fuori posto. Questo sentimento lo accomunava idealmente a Jon Snow, il cui senso di emarginazione è stato gestito in modo più compiaciuto per corrispondere alla figura dell’eroe incompreso e taciturno.
Non è un caso che Jon sia forse il personaggi maschile più “figo” nel senso superficiale del termine, ma anche il più noioso dal punto di vista narrativo, almeno fino alla sua elezione – attesa fin dall’inizio – a Lord Comandante; paradossalmente il nuovo ruolo, anziché un traguardo, rappresenta più un punto di svolta per il personaggio, che lo vede dover prendere decisioni difficili e commettere errori. Sono proprio queste ritrovate espressioni di umanità e imperfezione ad esaltare i momenti in cui è – perché lo è – davvero badass. Va anche detto, a onor del vero, che in amore Jon si è comportato in modo tutt’altro che tradizionale, visto che è stato la sua donna a “convincerlo”…
Un altro esempio interessante di uomini che non rispondono allo stereotipo sono Renly e Stannis Baratheon. Renly era omosessuale, ironico, e nonostante fosse un ottimo soldato non amava la guerra. Stannis, molto più simile al Re fermo, duro ma giusto che ci aspetteremmo di vedere in un fantasy, diventa una pedina nelle mani della fanatica Melisandre. Infine bisogna menzionare Ser Jorah, che diventa l’emblema dell’amore assoluto, devoto, irragionevole e persino disperato – ruolo che per tradizione è femminile.
Non ci vuole un genio per capire che i personaggi complessi, umani e fallibili saranno sempre più interessanti rispetto a quelli piatti e stereotipati, ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo la sensibilità e la capacità dell’autore di rompere gli schemi, e il coraggio di non voler compiacere il suo pubblico a tutti i costi. Queste cose Martin le ha, e la serie le ha imparate da lui. Quindi godiamoci questa storia senza eroi, ma soprattutto senza irritanti rigurgiti di testosterone e cliché di genere.
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