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"La stagione degli innocenti" – recensione di Antonietta Bivona8 min read

30 Maggio 2015 6 min read

"La stagione degli innocenti" – recensione di Antonietta Bivona8 min read

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Titolo: La stagione degli innocenti
Autore: Samuel Bjøkr
Genere: Thriller
Casa editrice: Longanesi
Prezzo: 16.90 €


Scettica. Se c’è una parola che meglio descrive il mio approccio con questo libro, è proprio ‘scettica’. Samuel Bjøkr. La stagione degli innocenti. Thriller. Copertina discutibile. Un grande successo internazionale. Un libro che ha conquistato tutta l’Europa. Va be’ e allora? Chi è questo signore che, dal retro della copertina, mi guarda con questo sguardo enigmatico? Chi sei Samuel Bjøkr? Poliedrico artista norvegese, autore di pièce teatrali, musicista e appassionato di Shakespeare. Do un’occhiata al libro: 490 pagine. Ti prego, fa’ che non sia una ciofeca.
Cautamente affronto le prime pagine: l’incipit racconta di una bambina rimasta orfana appena nata, scomparsa dall’ospedale e mai più ritrovata. Segue un’epigrafe piuttosto inquietante, che richiama tanto le canzoncine-filastrocche dei film horror dove un mucchio di bambine vestite come bambole ti fanno sempre sudar freddo. Il libro comincia: Prima parte, Capitolo 1. Walter Henriksen, sposato e piuttosto insoddisfatto della propria vita coniugale, decide di prendersi una pausa dalla moglie e di portar fuori il cane dopo colazione. Il cane scappa, si addentra nel bel mezzo della foresta norvegese e, durante l’inseguimento, l’uomo s’imbatte qualcosa di sconvolgente: il corpo di una bambina di sei anni circa che pende da un albero in una piccola radura silenziosa. Ha la cartella sulle spalle e un biglietto al collo: Viaggio da sola.
Il thriller prende il via così, con una scena piuttosto inquietante, ma che ancora non lascia trapelare niente sul romanzo. Io rimango scettica, ma la lettura sembra avere un piacevole effetto anestetizzante. Dopo qualche pagina, i personaggi principali vengono presentati: conosciamo Mia Kruger e subito dopo Holger Munch, gli investigatori protagonisti della storia. La prima è un ex poliziotta che, dopo essere stata sospesa dal lavoro per uno spiacevole episodio raccontato più avanti, decide di lasciare la città. Prende psicofarmaci ed è depressa: la sorella Sigrid a cui era molto legata è morta da un pezzo, e Mia medita di raggiungerla presto. Il secondo, Holger Munch, è divorziato, nerd e amante dei fast-food, e anche lui sospeso dal lavoro come Mia. I due poliziotti facevano parte dalle stessa squadra, ma un giorno succede qualcosa: la squadra è smantellata e i due poliziotti sospesi. Il caso della bambina ritrovata appesa all’albero, però, genera un gran caos e la polizia di Oslo si trova costretta a riaprire una speciale unità investigativa, che comprende Holger e Mia, i migliori in questo campo. Questa prima parte forse è un po’ lenta: Holger, richiamato dal capo, deve occuparsi di cercare Mia e di convincerla a tornare al lavoro. Questa porzione occupa le prime ottanta pagine del libro, e sicuramente sarebbe potuta essere più breve: il lettore sa che Mia e Holger accetteranno il caso e torneranno a lavorare insieme, altrimenti non ci sarebbe la storia, e spendere ottanta pagine per raccontarcelo forse è un po’ troppo.
Il romanzo, però, da questo momento in poi sembra assestarsi e le parti successive non deludono: le indagini cominciano e Mia, la brillante investigatrice dai capelli corvini e gli occhi azzurri (ora un po’ rallentata dagli psicofarmaci), si accorge di qualcosa che nessuno aveva notato: il numero uno sull’unghia della bambina. La piccola vittima non sarà l’unica. È solo la prima di una lunga serie. La mente geniale e intuitiva di Mia si unisce alla praticità e alla mente organizzata di Holger Much e, affiancati da un’ottima squadra, iniziano le ricerche. Altre bambine vengono ritrovate e le circostanze sono sempre più inquietanti e misteriose: le bambine sono narcotizzate, pulite, e vestite come delle bambole. Una comunità cristiana, un uomo con un’aquila tatuata sul collo, una donna dagli occhi di colore diverso, e una sfilza di altri personaggi ambigui s’intrecciano con la narrazione principale che segue le indagini di Holger e Mia.
L’autore sparge indizi per tutto il libro e costruisce la storia come un puzzle, spingendola ben oltre la semplice indagine investigativa: i protagonisti saranno ben presto coinvolti in prima persona in un gioco dove l’etica e la moralità contano ben poco. Riusciranno alla fine Holger e Mia a risolvere il caso? Sarà un normale caso o è qualcosa di più?
La trama fondamentalmente è questa e non v’ho svelato niente di particolare, perché a grandi linee la trovate stampata sulla copertina del libro. Quello che rischia di trasmettere l’anteprima della copertina è sicuramente una sensazione di piattezza e di freddezza che molto spesso caratterizza gli pseudo-thriller e gli pseudo-polizieschi. C’è il delitto, ci sono le indagini, si trova l’assassino (che è sempre il maggiordomo?) e adieu. La storia di Samuel Bjøkr, però, con mia grande sorpresa, va molto più lontano. Sì, stavolta devo abbandonare pregiudizi e scetticismo con un imbarazzato sorrisetto di scuse sulle labbra. Dopo un inizio un po’ lento, infatti, la storia comincia a mettersi in moto, ad arricchirsi e a diventare sempre più coinvolgente. Coinvolgente sia per quanto riguarda la trama che, com’è d’uopo, presenta una serie di colpi di scena destabilizzanti, sia per quel che riguarda la struttura: ordinata e ben studiata. Ci sono sette parti, i capitoli sono brevi e ad ogni capitolo c’è sempre un cambiamento di personaggio, di situazione, facendo saltellare il lettore qua e là senza mai annoiarlo con una narrazione lineare. Il “montaggio” e l’assemblaggio della storia risultano ben studiati: mantengono viva l’attenzione e portano il lettore a visualizzare le scene proprio come se fosse al cinema, davanti ad uno schermo. In effetti, farci un film non sarebbe una cattiva idea: la struttura si presta proprio bene.
Elemento positivo, il più positivo di tutti: i personaggi. I personaggi di questo romanzo sono tutti degli ottimi personaggi, anche quelli secondari. Senza dubbio, Mia Kruger e Holger Munch sono quelli che riescono a colpire di più il lettore, ma anche la squadra speciale della polizia con il suo simpatico hacker Gabriel, la cordiale Annette, l’impetuoso Curry, e la piccola e spassosa nipotina di Holger, riescono a farsi notare. Personaggi credibili, persone vere, zero prototipi. Le loro storie risultano verosimili, le loro paure, i loro dubbi e i loro sentimenti reali. L’empatia del lettore coi personaggi è talmente forte che la trama poliziesca diventa solo uno dei tanti elementi del romanzo e non il principale. Ci si sente coinvolti nei turbamenti di Mia, nelle preoccupazioni di Munch e nelle loro difficili decisioni che molto spesso dimostrano quanto sia difficile coniugare vita privata e lavoro, e quale abisso possa celarsi dietro un sorriso cordiale. Proprio sui personaggi, sul loro sviluppo e sulla loro psicologia, sono incentrate le prime parti del libro, mentre la trama pian piano si costruisce. Dalla quarta parte in poi l’elemento poliziesco prende il sopravvento, la storia spicca il volo, e trascina il lettore in una corsa contro il tempo fino alle battute finali. Da ciò emerge un’interessante commistione di romanzo psicologico e di thriller, che risulta essere la carta vincente di Bjøkre e che permette al libro di uscire dal cliché poliziesco e ad emozionare il lettore.
Unico neo è forse lo stile: abbastanza piatto, liscio, fin troppo scorrevole, nulla di eccezionale insomma, sebbene io abbia il sospetto che, in parte, sia colpa della traduzione. Bisognerebbe leggerlo in originale, ma non tutti conosciamo il norvegese, e perciò arrangiamoci.
Altra piccola notazione vorrei farla riguardo il finale: se l’inizio era stato troppo lento, il finale è troppo veloce. Sarebbe stato carino una sorta di “facciamo il punto”, “ricapitoliamo”, com’è tipico di questi romanzi, ma questa parte manca e il libro sembra terminare con una brusca frenata, che non dà al lettore il tempo di orientarsi. Voglio dire, caro Samuel Bjøkr, ci hai fatto leggere ben 490 pagine, se fossi arrivato a 500 ormai non t’avremmo mica messo alla gogna. Ma va be’, io ti perdono, e facciamo che tu perdoni me per il giudizio affrettato che t’ho dato.

Conclusioni
Ricapitolo io. Dopo un inizio non proprio felice, l’amicizia tra me e il libro di Bjøkr è continuata col piede giusto. A parte lo stile, qualche piccola imperfezione all’inizio e alla fine, quello di Samuel Bjøkr è un buon romanzo, un buon romanzo soprattutto rispetto a ciò che siamo costretti a leggere oggi, un’epoca in cui il piacere di scrivere romanzi si riduce al solo scopo di venderli. La trama è ben costruita e studiata, i personaggi ben delineati, il ritmo incalzante, e l’assassino il più improbabile di tutti. I punti deboli ci sono, ma il resto è talmente buono che riusciamo a passarci sopra. Il giudizio è, dunque, positivo: ben vengano le nuove proposte, se sono come questa. Spero che l’autore non si fermi, che ce ne regali altri di romanzi, e che questo sia solo un punto di partenza per scriverne uno davvero ottimo e che ci faccia dire “Finalmente, son tornati i bei tempi!”.
Detto questo, leggetelo il romanzo di Samuel Bjøkr, magari quest’estate, magari per sfuggire al caldo e perdervi tra le fresche foreste norvegesi, magari per dimenticare i vostri problemi e impelagarvi in quelli dei protagonisti, o magari solo per assaporare al meglio un sano momento di pausa. È una lettura leggera, piacevole e dalla atmosfera meravigliosamente nordica. E quindi, io dico: perché no?

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