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Recensioni

Un anno senza Gabriel Garcia Marquez3 min read

17 Aprile 2015 3 min read

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Un anno senza Gabriel Garcia Marquez3 min read

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Esattamente un anno fa se ne andava uno dei grandi autori non solo del nostro tempo, ma di sempre. Parlo di Gabriel Garcia Marquez. E ad esprimermi in termini assoluti sulla sua grandezza non sono solo io: il IV Congresso Internazionale della Lingua Spagnola che si era tenuto nel 2007 aveva votato il suo capolavoro, Cent’anni di solitudine, la seconda miglior opera di sempre in lingua spagnola, prima il Don Chisciotte.
Al di là delle classifiche, CAS è veramente un capolavoro insuperabile. Parlando con gli altri e leggendo i commenti a riguardo sul Web, ho capito che i lettori di questo romanzo si dividono in due categorie: chi non lo ha apprezzato trovandolo lento, confuso, farraginoso e inconcludente (e molti di questi – errore! – non lo hanno finito e dico errore perché questo è un romanzo che per essere compreso in termini di forma ma anche contenuto va terminato fino all’ultima pagina) e chi lo considera un libro strano e straordinario, un’anomalia in campo letterario e comunque una storia bellissima.

Fermiamoci sulla parola anomalia: è vero, CAS può richiamare la tradizione orale della letteratura, quella più antica dei poemi omerici (l’inizio “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio” è simile alle formule con cui gli aedi introducevano le gesta degli eroi, “Musa, quell’uom di moltiforme ingegno/Dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra/Gittate d’Iliòn le sacre torri;/Che città vide molte, e delle genti/L’indol conobbe“), ma rimane comunque un caso letterario isolato, almeno per quanto riguarda il panorama europeo. A sottolinearlo è stato un altro grande autore contemporaneo come Milan Kundera. Secondo Kundera, CAS segna un nuovo passo nella storia del romanzo: se prima l’eroe era sempre stato l’individuo, con Garcia Marquez diventa la moltitudine, le generazioni che si alternano; ciò che si trasforma non è più il carattere del protagonista, ma il tempo, lo spazio, la storia, insomma.
CAS non parla di uomini, ma di umanità, non parla di amore, ma dell’istinto di riprodursi, delle forze inconsce che guidano un popolo attraverso il tempo; CAS è un romanzo che abbraccia non solo un intero paese, la Colombia, o continente, il Sud America, ma l’intera umanità. È un romanzo globale, enciclopedico in cui compaiono tutti gli archetipi umani: l’erore rivoluzionario solitario, disumanizzato dal potere (il colonnello Aureliano Buendia), la donna custode del focolare domestico che vigila sulla continuazione della famiglia (Ursula, la madre, la nonna, la bisnonna ultracentenaria), e quella che con la sua sensualità ingarbuglia le linee generazionali, disperde la linea del sangue in mille biforcazioni, origina incesti e rapporti clandestini (Pilar Ternera, la prostituta).
Siamo tutti parte di CAS. C’è poi il rapporto splendido che questo romanzo ha con la magia. Una magia che sembra il risultato dell’enfasi e del dramma che genera la poesia stessa e che incontriamo nel soldato che “muore di troppo amore” dopo che ha visto Remedios, la donna più bella del mondo, e nei ricordi che si tramandano di generazione in generazione cosicché un bisnipote vede lo zingaro Melquiades conosciuto dal suo bisnonno nello stesso modo in cui quest’ultimo l’aveva visto.
CAS è tutto. Una grande saga che fa impallidire e retrocedere a temino delle elementari tanti casi letterari di successo.
Un anno che il suo autore è morto. Chissà quando ne avremo un altro in grado di spiegarci il mondo con una simile originalità.
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