Salinger nel labirinto dei suoi dialoghi

Alberto Grandi

immagine111
L’uscita dei primi tre racconti pubblicati da JD Salinger, l’autore del Giovane Holden era prevista per oggi in libreria e dunque l’ho comprata e letta (cosa che mi ha richiesto non più di una mezz’ora, dato che i racconti sono tre, brevi e stampati in formato piccolo e carattere grande).

Si tratta dei primi tentativi letterari dell’autore; il primo racconto I giovani, che è anche il titolo della raccolta (pubblicata dal Saggiatore al prezzo di 12 euro, e poi si lamentano che la gente legge/compra pochi libri), il secondo Va’ da Eddie e l’ultimo Una volta alla settimana furono tutti pubblicati sul magazine Story intorno al 1940. Probabilmente l’autore, se fosse vivo, non avrebbe piacere di vederli ristampati e divulgati. A leggerli, i 3 racconti non sono male, ma niente di speciale. Sono interessanti perché presentano i temi e anche certi registri stilistici che troveremo nelle opere della maturità, ma presi singolarmente, non “mandano in sollucchero” per citare un’espressione tipica di Holden Caufield (o meglio, della bravissima traduttrice del romanzo, Adriana Motti).

JD Salinger portrait New York 1952

I teenager, specialmente dell’upper class di New York di cui lui faceva parte, sono una costante nella prosa salingeriana e qui li ritroviamo nel primo racconto, ambientato a una festa bazzicata da adolescenti ricchi e annoiati che bevono e chiacchierano di cose apparentemente futili. Non vecchi ma nemmeno ragazzini, sono i protagonisti degli altri due racconti: una sorella superficiale (forse Salinger, nel Giovane Holden, sarebbe riuscito già a scrivere “un po’ puttana”) suo fratello e poi un soldato che deve tornare al fronte. A leggerli viene in mente un sacco di autori americani che si sono cimentati nella prova del racconto breve, uno su tutti Hemingway. In questo, la raccolta è tipicamente americana e appartiene alla sua epoca; in cosa, invece questi scritti sono squisitamente salingeriani? Io direi nella tempistica dei dialoghi.

igh

In tutte le sue opere, Salinger fa parlare i personaggi più che agire. I dialoghi, le voci sono la sua cifra stilistica e la sua prosa, quando s’immerge nella realtà, non si dilunga in suggestioni descrittive, ma è come se volesse tracciare il perimetro fisico entro cui si svolgerà la vicenda, cioè i personaggi scambieranno i loro punti di vista. Alla fine, il Giovane Holden è un’opera-confessione, un monologo diretto al lettore e cosa dire delle opere successive come Alzate l’architrave carpentieri o Franny e Zooey: nel primo il grosso dell’azione prende piede dentro un’auto imbottigliata nel traffico in cui i presenti si trovano (costretti) a conoscersi e dialogare, nel secondo siamo sempre in luoghi chiusi in cui si parla, un bar o un bagno di casa.

Lo stesso avviene in queste prime tre prove letterarie: i personaggi parlano. È fondamentale parlare nelle opere di Salinger, la parola, la comunicazione, è tutto, e questo suona paradossale considerando che l’autore aveva rifiutato interviste, fotografie e, dal 1965, persino di pubblicare tagliando di fatto ogni contatto col mondo. Ma pensandoci bene forse è questo il segreto della sua reclusione: l’autore era così bravo nel far dialogare i suoi personaggi che gli bastavano le loro parole, la loro compagnia. Conversare (sulla pagina) con Holden Caufield, la piccola Phoebe e la famiglia Glass era un privilegio che gli consentiva il suo innato talento di narratore e che non avrebbe barattato con nulla al mondo, nemmeno le voci reali dei suoi amici, delle sue amanti, della famiglia (la figlia fornì un impietoso ritratto del padre descrivendolo come un misantropo egoista nel memoir Dream Catcher). Salinger è dunque un artista che ha messo l’arte prima della vita, anzi, ha cancellato la vita nella convinzione che fosse un’intrusa e nemica dell’arte. Ma questo non è vero.

hapworth-16-1924-salinger

L’arte è un riflesso, se vogliamo una sintesi della vita, ne toglie il lordo per esprimerla al netto di se stessa. Bisogna vivere per creare. E bisogna ascoltare il mondo per far parlare bene i propri personaggi. Finché Salinger, volente o nolente, ha vissuto, sui banchi del liceo o nelle trincee della II guerra mondiale, ha creato. Quando ha deciso di vivere nel proprio mito e ascoltare solo le voci dei suoi personaggi, si è come atrofizzato, chiuso in una torre d’avorio e la sua scrittura è diventata così autoreferenziale che i suoi dialoghi hanno finito col perdere credibilitài. La prova? L’ultimo lavoro che l’autore ha dato alle stampe, Hapworth 16 1924: un racconto lungo in forma epistolare, Seymour Glass, bambino prodigio che scrive – parla, dialoga, anzi, non dialoga nemmeno parla solo lui visto che una lettera è come un monologo che esclude almeno temporaneamente uno scambio di punti di vista – ai suoi genitori dilungandosi sui suoi gusti letterari, sulla religione eccetera; la prosa è così forbita e ampollosa da risultare irritante e far pensare a un bambino prodigio più pretenzioso che geniale.

Insomma, Salinger non ha vissuto, non è invecchiato dal punto di vista artistico, come gli è successo nella vita. E quindi non si è evoluto. È rimasto prigioniero dei suoi dialoghi che, alla fine, gli si sono ritorti contro. Ma qui, in questi primi racconti, ha appena cominciato a parlare. È uno scrittore che vagisce e a leggere tra le righe c’è già tutta la potenza che sfodererà al suo meglio. Quindi, tutto sommato, vale la pena dargli una letta.

Lascia un commento

Un pensiero su “Salinger nel labirinto dei suoi dialoghi