blog di Alberto Grandi
Articoli

Perché le serie tv di Sky ci piacciono tanto4 min read

25 Marzo 2015 4 min read

author:

Perché le serie tv di Sky ci piacciono tanto4 min read

Reading Time: 4 minutes

articolo di Ginamaria Tammaro per Wired.it
Dopo Gomorra, è il turno di 1992. E dopo i camorristi di Scampia e dintorni, tocca ai potenti di Mani Pulite e Tangentopoli. Il grigiore dell’ambientazioni si fa più fitto, e non riusciamo più a distinguere chi è buono da chi, invece, non lo è. È questo il vero punto di forza delle nuove produzioni Sky: non abbandonarsi al buonismo eccessivo di preti e carabinieri, e fare di ogni spunto narrativo una questione importante, profonda, che porta lo spettatore ad appassionarsi. È una lezione che noi italiani abbiamo imparato a fatica: dalla HBO e da Netflix, dagli inglesi della BBC e anche, qualche volta, dagli australiani.
1992 leone
Abbiamo visto come si faceva televisione, l’abbiamo sognata e alla fine eccoci qui, anche noi con due teste di ponte con cui sfondare nel mondo delle major, farci apprezzare, ritornare – per una volta – quelli di Romanzo Criminale. È per questo che le serie tv di Sky (che collabora a turno prima con Cattleya, poi con la Wildside) ci piacciono tanto: non sono italiane. Come impostazione, come idea, come sviluppo. C’è più Breaking Bad, The Wire e Empire Boardwalk in 1992 che Don Matteo o Un medico in famiglia, L’amore e il rispetto o Squadra antimafia. Abbiamo abbandonato la nostra tradizione di fiction e sitcom (tanto di cappello a Raimondo e a Sandra Vianello, ma quei tempi sono finiti: più o meno quando sono finiti gli anni ’90). Ora è arrivato il momento di fare sul serio: di giocare con i più grandi e di puntare alla vittoria, non a un banalissimo pareggio.
Gomorra Salvatore Esposito Genny Savastano
Si comincia con Gomorra: un successo che nessuno, forse nemmeno Sky, si aspettava. Aver puntato su attori semi-sconosciuti e su una storia, quella sfornata dalla penna di Roberto Saviano e fedele (più o meno) alla cronaca campana, è stata una mossa intelligente, da manuale. Forse, però, nemmeno calcolata. Il successo è arrivato quasi all’improvviso: per un prodotto del genere, confezionato per la nicchia della tv via cavo, era quasi impensabile arrivare a questi risultati.
Distribuzione in (quasi) tutto il mondo, oltre 80 paesi, la Rai, la mamma Rai che ti fa il piedino sotto al tavolo e che ti chiede per piacere e per cortesia di rimandare la serie in tv, anche a distanza di mesi, in prima serata e dopo Che tempo che fa di Fazio, programma di punta dell’entertainment nostrano. Dal fango, si sono sollevate delle divinità: divinità con la faccia di Marco D’Amore, Salvatore Esposito e Fortunato Cerlino, Marco Palvetti e Maria Pia Calzone. Un mondo senza eroi, con mostri dietro ogni angolo e tragedie sempre in agguato.
Quindi siamo arrivati a 1992, all’idea di Stefano Accorsi, alla Milano di Di Pietro e di Dell’Ultri: cemento, soubrette, gli scandali e le mazzette, e il pubblico – almeno a giudicare dalle prime reazioni di ieri sera, tra social e media – è ancora là, attento, incuriosito. Piacevolmente colpito da questi personaggi così strani eppure così veri e vicini all’attualità. Di nuovo, ritorna una scrittura più lineare e funzionale, di nuovo c’è un’ambientazione che – più o meno inedita – coinvolge lo spettatore, che gli offre qualcosa di più dei soliti centri storici del sud Italia, della mafia che impasta la voce con un fintissimo accento siculo o con politici che sembrano risputati da una telenovela cilena.
Prossimamente sarà il turno di Paolo Sorrentino, di The Young Pope, dell’ennesima serie tv che fa l’occhiolino più agli americani (e agli inglesi e al resto del pubblico europeo) che agli italiani.
Il successo di Sky sta in questo: nell’essere venuta dopo il boom delle serie tv. Dopo i download e lo streaming (anche illegale, certo). Di aver trovato un pubblico affamato e già educato ad altri livelli di qualità. Cose che in Italia, tra la fiction RAI e quella di Mediaset, è difficile – siamo onesti: impossibile – da trovare.
È la letteratura televisiva che sta cambiando. Sono gli attori (e in 1992 ce ne sono di più famosi rispetto a Gomorra, anche se continuano le iniezioni di giovani e promettenti talenti, come Miriam Leone e Tea Falco) che stanno cambiando. È la regia che, finalmente, sta avendo il suo spazio (applausi a Giuseppe Gagliardi), e la sceneggiatura che riacquista forza e dignità. Le banalità e i ritornelli diventati mantra, quelle battute che giocano sull’essere italiani e l’italianità, sono arrivati ai loro ultimi giorni: ora ogni personaggio ha una sua struttura, un suo background, una sua storia. E noi – noi spettatori, noi nuovi fruitori del mezzo televisivo – cerchiamo questo.
Sky ha fortuna perché la HBO, la AMC e Netflix hanno avuto fortuna. Sky riesce perché i suoi cugini inglesi e americani sono riusciti.
Che piacciono oppure no, i nuovi prodotti della tv via cavo dimostrano una cosa: finalmente anche noi italiani abbiamo capito cos’è l’intrattenimento. Finalmente, ci siamo spogliati della nostra tradizione di suore e sante, di padri reverentissimi e papi, e abbiamo voltato lo sguardo sulla realtà, quella nuda e cruda, e sul grigiore della nostra storia. Inscindibile, inarrivabile, romanzato e a tratti, pur nella sua attendibilità, surreale.
Creative Commons Licence
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito web utilizziamo strumenti di prime o terze parti che memorizzano i (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire il corretto funzionamento del sito (technical cookies), per generare rapporti sulla navigazione (statistics cookies). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore.