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Perché lo spoiler è un sintomo dei nostri tempi3 min read

5 Marzo 2015 3 min read

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Perché lo spoiler è un sintomo dei nostri tempi3 min read

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Nell’Amleto di Shakespeare, alla fine, Amleto muore.
Nella Divina Commedia di Dante, alla fine Dante giunge in Paradiso al cospetto di Dio.
Ecco, ho appena spoilerato forse le due più importanti opere della letteratura di tutti i tempi. Vale ancora la pena leggerle? Direi di sì. E comunque, parliamoci chiaro, si tratta di opere ormai così integrate all’immaginario collettivo che anche molti che non le hanno lette, ne conoscevano la fine.

bruno barbieri carlo cracco joe bastianich

Nel caso di queste opere è ovvio che il finale non è il solo motivo per cui valga la pena leggerle. La Divina Commedia racconta una moltitudine di destini, non solo quello dell’autore, ed è soprattutto un’opera poetica, e dietro la morte di Amleto c’è tutto un percorso psicologico che vale la pena approfondire. Lo spoiler ha a che fare con l’aspetto informativo di un’opera, non con quello qualitativo. E se da una parte la pratica di spoilerare come ha fatto Striscia la notizia con MasterChef Italia, anticipando di due serate il nome del vincitore e rovinando la sorpresa ai telespettatori, è scorretta, una bassezza meschina e odiosa, dall’altra ci rivela quanto noi utenti siamo vittime ogni giorno di una sfilza di contenuti che non hanno spessore, non sono approfonditi né vale la pena approfondire, ma esistono nel momento in cui vengono enunciati. Poi, basta, l’oblio.

Ovvio che nel caso di una trasmissione tv il cui format prevede una serie di concorrenti sfidarsi fino all’elezione del vincitore, rivelarne il nome in anticipo è il peggio che si possa fare. Ma nel caso di opere di una certa rilevanza, la fine è l’unica componente che ci spinge a scoprirla? Io credo di no. Non importa la fine in sé ma come si arriva a quella conclusione. Ora, ripeto, spoilerare è sempre una cattiveria gratuita, ma la sua pratica diffusa ci spiega quanto siano diffusi in rete, attraverso Twitter, Facebook e blog, contenuti rapidi, il cui unico scopo è venire enunciati. E ci dice anche di che tipo di informazione ci nutriamo: impacchettata, già cucinata e pronta per il consumo, informativa senza essere formativa.

tazza

Ora forse la prendo troppo alla lontana, ma il grande dibattito sullo spoiler montato nelle ultime ore, mi ha fatto venire in mente una cover dell’Economist di qualche anno fa: si vedeva una statua seduta sulla tazza del gabinetto che pensava: “Riusciremo mai ad inventare qualcosa di utile come facevamo un tempo?“. Utile, realmente utile, che facilita la nostra quotidianità come la tazza del gabinetto, per intenderci. L’articolo di copertina si chiedeva quanto i nostri siano tempi effettivamente creativi e capaci di originalità come ci ripetiamo in continuazione. Abbiamo smartphone, computer, siamo informati in tempo reale, tuttavia la cultura digitale ci allontana sempre più dalla concretezza e il nostro pensiero dall’effettiva utilità. Siamo sicuri che i tanti startupper siano da considerare alla stregua di inventori nel senso classico di questo termine? Forse sì, ma lo sono nel momento in cui applicano il digitale alla realtà perché la rete che si ciba di se stessa rischia di diventare un circolo chiuso.

Allo stesso modo l’informazione assimilata per il solo gusto di assimilare non può che generare fenomeni come lo spoiler che la mettono completamente in discussione perché a parte la sua enunciazione ultima non ha altro da dirci. Insomma, quello che voglio dire è che lo spoiler pur essendo sempre esistito è figlio soprattutto dei nostri tempi in cui più che storie digeriamo contenuti e l’idea di disconnetterci un momento dal dibattito globale per leggere con calma qualcosa (che sia un romanzo, un racconto o un articolo) per capire come nasce, evolve e giunge a una soluzione, ci sembra quasi strano.

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