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Tutte le sfumature del fantasy… tranne la bianca3 min read

20 Febbraio 2015 3 min read

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Tutte le sfumature del fantasy… tranne la bianca3 min read

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Leggo sul sito del Guardian un post interessante scritto da Sunili Govinnage, avvocatessa australiana che vive in Indonesia dove assiste come volontaria rifugiati in cerca di asilo e che parla dei suoi dodici mesi passati a leggere autori non bianchi. Un totale di 25 romanzi scritti da penne di diverse etnie. Il proposito non è nato tanto una sorta di protesta contro il potere della letteratura bianca nel mondo editoriale, quanto dalla curiosità di scoprire ciò che le tendenze del momento e l’abitudine ci fanno ignorare.
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Durante i suoi dodici mesi di letterura multietnica consapevole, chiamiamola così, la Govinnage si è imbattuta in romanzi che l’hanno piacevolmente colpita come Throne of the Crescent Moon (in italiano Il trono della luna crescente) dell’autore fantasy e scifi arabo Saladin Ahmed e Who Fears Death dell’autrice nigeriano-americana di fantasy e fiction speculativa Nnedi Okorafor (foto in alto). Questi i suoi due preferiti, ma cita anche Ambelin Kwaymullina, autrice aborigena australiana della serie post apocalittica The Tribe e Manhattan Dreaming di un’altra autrice aborigena australiana, Antia Heiss. Ciò che l’ha fatta riflettere, di questi libri, è che non sono etnici nel modo in cui un lettore bianco si aspetterebbe che fossero, forse perché proprio in quanto scritti da gente appartenente (e completamente integrata) a un’etnia, non vivono il bisogno di differenziarsi dalla cultura bianca, magari adottando registri stereotipati.
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Secondo me è un esperimento che varrebbe la pena fare anche qui in Italia. Siamo bombardati da romanzi fantasy e di fantascienza di lingua inglese provenienti da Oltreoceano e dalla Gran Bretagna al punto che i romanzi di molti autori indie italiani di genere, come avevo scritto in un post qualche tempo fa, sembrano traduzioni di best seller americani. In ciò, ci tengo a precisarlo, non c’è niente di male. Io amo il fantasy, lo leggo e ne scrivo. E penso che scrivere un fantasy in dialetto reggiano ambientato in un’immaginaria bassa padana grande quanto il deserto del Sahara, sarebbe uno sforzo pretestuoso  e, alla fine, meno genuino che scrivere un romanzo di fanfiction sull’infanzia di Gandalf. Però è strisciante la sensazione che proiettandoci continuamente in un mondo alimentato da autori che vivono in luoghi diversi da noi, parlano una lingua, mangiano una cucina, frequentano locali diversi dai nostri, rischiamo di perdere ciò che è nostro, una cifra stilistica che ci appartiene. E di perdere anche ciò che non è servito dal piatto d’argento del mercato editoriale e dallo showbusiness, ma varrebbe la pena scoprire.
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Ad esempio, la cultura islamica è ormai parte dell’Europa e sulla sua influenza ci si interroga quotidianamente; oltre a Sottomissione di Houellebeck, non sarebbe interessante scoprire come interpretano la fantascienza e il fantasy gli autori arabi? Oppure i greci di cui non si rimane un giorno senza parlarne? In questo senso, limitandoci all’Europa, un network che può aiutare è European Science Fiction Society. Ovviamente, non parlo solo di fantascienza. Ci è voluto uno Stieg Larsson con Uomini che odiano le donne per scoprire che in Svezia non esistono solo lui e Henning Mankell, ma fior di giallisti e autori di thriller bravi senza fare il verso agli americani. Ripeto, non sono affatto polemico verso gli autori italiani che scrivono senza sforzarsi di essere italiani. Uno scrive quello che vuole. Mi chiedo semplicemente se non varrebbe la pena di compiere uno sforzo di guardare oltre. Chi lo sa, magari la saga del Trono della luna crescente, vale quanto quella di spade.

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