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Perché spero che Grand Budapest Hotel vinca l'Oscar come miglior film3 min read

17 Febbraio 2015 3 min read

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Perché spero che Grand Budapest Hotel vinca l'Oscar come miglior film3 min read

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No ho visto tutti i titoli in lizza per l’Oscar 2015 come migliore film, non ancora. Non ho visto American Sniper, su cui ho letto pareri contrastanti; non ho visto Boyhood su cui ho letto pareri quasi solo positivi. Ho visto Birdman che mi ha colpito con qualche riserva poi ho visto Grand Budapest Hotel di Wes Anderson che mi è piaciuto tantissmo e che considero non solo un grande film, ma una grande opera sul potere del narrare e quindi, indirettamente – ma nemmeno tanto dato che è ispirato alle pagine dello scrittore austriaco Stefan Zweig – sulla letteratura.
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La vicenda è raccontata da Zero Moustafa (F. Murray Abraham e Tony Revolori), padrone dell’albergo che riporta a un giovane scrittore la sua storia di garzoncello appena assunto al Grand Budapest alle dipendenze dell’allora concierge Monsieur Gustave (Ralph Fiennes), il protagonista del film che incarna perfettamente le virtù e i difetti dell’albergo che rappresenta: una certa eleganza démodé, una piacevole leggerezza di modi non aliena, però, a momenti di indiscutibile eroismo. Un romantico insomma. La voce fuori campo del vecchio Moustafa ci guida e introduce attraverso le varie “stanze” della vicenda che ha preso piede in un tempo in cui il Grand Budapest non era il vecchio e fatiscente colosso che poi è diventato, ma un albergo prestigioso, dove soggiornava il bel mondo.
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Dunque abbiamo un anziano signore benestante che narra a un giovane autore le sue peripezie in gioventù, peripezie che il giovane autore narrerà a sua volta per iscritto in forma di romanzo dal titolo, appunto, Grand Budapest Hotel. Il film dunque, non narra una storia ma un insieme di storie contenute una dentro l’altra come scatole cinesi. E questa voce narrante non sembra mai paga di aprirci le porte del passato per meglio capire il tempo del presente, come se ogni cosa valesse il merito di essere descritta e portata alla nostra attenzione. Wes Anderson ci inchioda ai dialoghi di una splendida sceneggiatura così come riesce a inchiodarci alla sua scenografia curata al dettaglio, piacevolmente simmetrica e dove il bilanciamento dei colori è una componente chiave.

Ogni personaggio sembra l’alter ego dell’altro. Il Mosutafa giovane è l’alter ego del Moustafa vecchio che narra le sue peripezie ma del resto anche il Moustafa vecchio è l’alter ego di qualcuno, cioè del giovane scrittore che da vecchio, metterà per iscritto, in forma di romanzo, i suoi racconti. Ogni personaggio diventa voce fuori campo e fornisce la propria analisi della vicenda. A questo concatenarsi di punti di vista e di individui fa sfondo la tipica ambientazione alla Wes Anderson, curata, miniaturizzata, quasi una cartolina come se volesse ricordarci che la storia che stiamo ascoltando non è vera, ma potrebbe esserlo, come verosimili sono i suoi personaggi e quindi meritevoli di essere narrati.
Grand Budapest Hotel è uno dei rari casi di film che, dopo averli visti, viene voglia di impugnare la penna e raccontare sulla carta più che girare con la telecamera.
FRASI
Sei davvero uno schianto, tesoro, dico sul serio. Non so quale crema ti abbiano messo giù all’obitorio, ma ne voglio un po’ anch’io. (M. Gustave)
Vedete, ci sono ancora deboli barlumi di civiltà lasciati in questo mattatoio barbaro che una volta era conosciuto come umanità. Infatti è quello che abbiamo a disposizione nel nostro modesto, umile, insignificante… oh, fanculo. (M. Gustave)
Non ha davvero senso fare alcunché nella vita perché tutto finisce in un batter d’occhio e all’improvviso arriva il rigor mortis. (M. Gustave)
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