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Patrick Modiano vince il Nobel per la letteratura: chi è?5 min read

9 Ottobre 2014 4 min read

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Patrick Modiano vince il Nobel per la letteratura: chi è?5 min read

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Chi è Patrick Modiano?
Il vincitore del premio Nobel per la letteratura 2014. Non so altro di lui.
Le prime informazioni me le fornisce Wikipedia. La voce relativa all’autore, abbastanza sintetica, oltre ai dati di ordine biografico, spiega: “nei suoi romanzi, per lo più ambientati nella Parigi occupata dai nazisti e costruiti intorno alla figura dello straniero, dell’esule, dell’ebreo, si intrecciano una vena disperata di ascendenza esistenzialista ed il gusto della rievocazione. L’autore rievoca molto spesso, nei personaggi dei suoi romanzi, l’ambigua figura del padre, un ebreo sicuramente vittima del Nazismo, che, arrestato nel 1943, si dimostrò pronto a tutto per sopravvivere (infatti sfuggì alla deportazione grazie a potenti amicizie collaborazioniste); una figura dalla duplice e ambigua identità, invischiato molto spesso in rapporti di complicità con i carnefici“.
Su Ibs scopro che è pubblicato anche in Italia (su Wikipedia i romanzi sono segnalati in francese, cosa che mi aveva fatto sorgere il sospetto che non fosse tradotto). I suoi titoli hanno un buon rating anche se pochi commenti.
Poco fa è entrato in stanza un mio collega, più anziano e con più letture alle spalle. Mi ha detto che Patrick Modiano è un grande.
Ci si lamenta spesso delle assegnazioni del Nobel per la letteratura: non premia chi lo merita spesso a favore di illustri sconosciuti. Il lato positivo è che questo meccanisno ci spinge a scoprire nuovi autori e magari si tratta di scoperte più che gradite (così era stato con Saramago, nel mio caso).
La motivazione dell’Accademia di Svezia all’assegnazione del Nobel è: “per aver svelato la vita reale durante l’Occupazione“.
Prossima volta che vado in libreria, so chi comprare.
Comunque: qualcuno di voi ha letto Patrick Modiano?

A proposito del collega colto e affidabile, qui di seguito una recensione che aveva postato su Anobii proprio su Modiano. Nel caso voleste leggerla e approfondire l’autore prima di comprarlo in libreria:
 

Nel caffè della giovinezza perduta (Einaudi)
“Gli ho chiesto data e luogo di nascita di quella Jacqueline Delanque. E anche la data del matrimonio. Aveva una patente di guida? Un impiego regolare? No. Aveva ancora dei parenti? A Parigi? In provincia? Un libretto di assegni? Mentre mi rispondeva con voce triste, annotavo tutti quei particolari che sono spesso i soli testimoni del passaggio di un essere vivente sulla terra. A condizione che un giorno qualcuno ritrovi il taccuino a spirale su cui sono stati annotati con una scrittura minuta e poco leggibile come la mia”.

Amo gli autori che hanno delle ossessioni. Patrick Modiano è ossessionato dalle esistenze qualunque, immemorabili, delle quali restano tracce negli elenchi telefonici, nei verbali di polizia, in poco altro. Dalla ferita della gioventù, dai ragazzi sbandati “né figli legittimi né eredi” come si sentì lui (“Un pedigree”) e come è in questo breve e lancinante romanzo il suo alter ego Roland. Dalla feroce solitudine di giovani donne in balia del caso (tutti i personaggi di Modiano sono orfani, specialmente quando hanno una famiglia), di un destino imboccato per distrazione o per inerzia come si entra nella porta sbagliata. Giovani donne “assenti in vita” come era la protagonita del bellissimo “Dora Bruder”. E come è Jacqueline che i giovani clienti del Cafè Condè chiamano Louki: “Non ero veramente me stessa se non nel momento in cui fuggivo. Gli unici bei ricordi che ho sono ricordi di fughe vere e proprie o di scappatelle da casa”.
Fugge, Louki. Da una madre laconica che lavora al Moulin Rouge e da un padre ignoto. Fin dall’ adolescenza, perdendosi in vagabondaggi notturni per una Parigi minuziosamente esatta (la topografia è un’altra ossessione di Modiano) finché la polizia non la ferma per riportarla a casa. Fugge da se stessa, lei che non è stata ammessa al liceo, per inventarsi un’identità di studentessa in lingue orientali (si inventa un’identità da editore d’arte anche il detective che indaga su Louki e poi decide di assecondarne la fuga: tanto nessuno controlla, tanto ti credono, e così semini il passato, vivendo però come Louki nell’angoscia e nel panico che il passato ti riacciuffi). Fugge dalle amicizie equivoche nelle quali si è imbrancata, cambiando marciapiede appena vede da lontano qualcuno di loro. Fugge dal marito più anziano di lei, datore di lavoro dal quale si è lasciata passivamente sposare. Sempre comparsa e mai protagonista, accompagnata da un alone di modesto mistero e di intenso fascino quando siede sola in fondo al caffè, quando frequenta gli incontri promossi da un garbato esoterista che le presta “Orizzonte perduto” (il libro esiste davvero, lo scrisse James Hilton raccontando la scoperta di un improbabile e fiabesco Shangri-La in Tibet, e Frank Capra lo portò sullo schermo). Quando infine cede a un amore coetaneo, felice e alla giornata, sta soltanto preparando l’estrema fuga che qui non sveleremo.

Goffredo Fofi ha definito Louki “una Nadja (Breton) o una Odile (Queneau) più terrena, o una Karina di Godard: meno ardita e ideale, più malinconica e nostra”. E ha sottolineato la vocazione di Modiano “al resoconto minuto e asciutto, senza ricatti di sorta”. Un’asciuttezza che cerca di tenere a bada un dolore primario, lontano nel tempo ma non del tutto assorbito, come una ferita suturata senza anestesia.

PS. Parole che citano parole. Il titolo del libro è preso in prestito da una frase di Guy Debord, fondatore del situazionismo: “Nel mezzo del cammino della vera vita, eravamo circondati da una malinconia oscura, che tante parole tristi e beffarde hanno espresso, nel caffè della gioventù perduta”. La frase sta nel libro “In girum imus nocte et consumimur igni” (Mondadori, 1998) il cui titolo è a sua volta una citazione. Dell’esametro imperfetto attribuito a Paolo Silenziario, poeta bizantino del VI secolo dopo Cristo, e dedicato alle falene: “In girum imus nocte, ecce, et consumimur igni” (“Andiamo in giro di notte, e veniamo consumate dal fuoco”). Lo conosco perché è un palindromo celebre: si legge cioè nei due sensi, fate la prova.

PPS. Nelle storie di Modiano fanno a volte irruzione (fanno un “cameo”, si direbbe al cinema) persone vere. In “Un pedigree” c’era Raymond Queneau. Qui c’è Arthur Adamov, drammaturgo francese di origine armena che, assieme a Beckett e Ionesco, fu il maggiore esponente del teatro dell’assurdo.

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