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10 cattivi che hanno reso grande la letteratura8 min read

8 Settembre 2014 7 min read

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10 cattivi che hanno reso grande la letteratura8 min read

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Chi sono i più grandi cattivi nella storia della letteratura? Una simile classifica è impossibile o comunque richiederebbe una cultura immensa per essere stilata. Eccone, allora, 10 che, per motivi diversi, hanno colpito lo scrivente e dalla cui cattiveria abbiamo qualcosa da imparare perché come disse Woody Allen, “il mondo si divide in buoni e cattivi. I buoni dormono meglio, ma i cattivi, da svegli, si divertono molto di più”.
Long John Silver, dall’Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson
Tipico cattivo che non può non ispirare simpatia. Avventuriero, istrionico e saggio, è impossibile odiarlo e basta. Lo stesso personaggio principale, Jim, non può che subirne il fascino e augurarsi, alla fine del romanzo, che il vecchio filibustiere si sia ritirato in salute e viva nell’agio, “giacché le sue possibilità di agio nell’Aldilà sono piuttosto scarse”. Che sia veramente un cattivo o piuttosto un simpatico diavolo, un comune peccatore come noi tutti, è oggetto di analisi e trattazione non solo nel cuore dei lettori, anche in quello degli scrittori. Nel 1995, l’autore svedese Bjorn Larsson pubblicava il romanzo La vera storia del pirata Long John Silver dove riabilitava la sua figura.
Long-John-Silver
Moby Dick da Moby Dick di Herman Melville
La grande balena bianca è veramente cattiva? Ai fatti sì poiché distrugge un’intera nave disperdendo l’equipaggio. Ma a vedere la vicenda dal suo punto di vista, non è poi così cattiva, dato che la nave è guidata da balenieri e, soprattutto, dal capitano Achab che vuole catturare lei e nessun altro cetaceo. Una cosa è certa, il grande capodoglio è l’emblema di un’energia selvaggia che non può essere domata e quindi a tratti distruttrice. E, metaforicamente, rappresenta un’ossessione che non può essere colmata, la stessa che logora fino alla follia il capitano Achab. Diciamo che è il simbolo di un mare, di un mondo che, se non lasciato in pace, può diventare molto cattivo, e dell’abisso dell’animo umano, più profondo e oscuro, a tratti, di quello dell’oceano.
Moby-Dick
Uriah Heep da David Copperfield di Charles Dickens
Magnifico personaggio che poteva nascere solo dalla penna di un grande come Dickens. Uriah Heep è viscido e raggelante come uno spettro, inquietante come un incubo, un individuo alimentato dall’invidia sociale, dalla voglia di prevaricare sul prossimo fino a schiacciarlo. Essendo di umili origini egli parte dal basso, per così dire, nei rapporti con gli altri, e non avendo nessun fascino (mai l’autore inglese è stato così bravo a somatizzare il carattere di un personaggio), basa la sua intraprendenza sull’adulazione e sottolineando di continuo che lui è sfortunato e voi no, che lui è incapace mentre voi siete intelligentissimi. Untuoso, intelligente, repellente, non ci si può immedesimare in lui come invece viene facile con Silver, ma non si può fare a meno di rimanerne rapiti.
uriah-heep
Polifemo dall’Odissea di Omero
Per me Polifemo, il ciclope che uccide alcuni compagni di Ulisse divorandoli, è cattivo come lo era Pacciani, il contadino coinvolto nelle vicende del mostro di Firenze, o altri assassini sprofondati nell’ignoranza, nati e cresciuti quasi bradi nelle campagne e di cui mai si sarebbe venuti a conoscenza se non per la cronaca nera. Polifemo è un selvaggio che vive d’istinti e la sua cattiveria sta nel non essere socievole, nel rigettare la civiltà – ovvero la richiesta di ospitalità di Ulisse. Non trama, non pianifica, divora perché ha fame, rinchiude nella sua grotta i marinai perché così gli va. È un mostro quasi folcloristico che appartiene alla terra e all’istinto. Ci vuole poca astuzia, alla fine, per metterlo al tappeto.
polifemos
Voldemort da Harry Potter di J. K. Rowling
Superbo, megalomane, carismatico. Voldemort non trama, non si finge umile per ingannare il prossimo. Egli si reputa il mago più potente di tutti, colui il cui nome gli altri stentato a nominare e quindi è un cattivo inverso a Uriah Heep. Vero nome Tom Riddle, Voldemort è la perfetta controparte del personaggio principale, cioè un Harry Potter al negativo, votato alla causa della magia oscura anziché a quella dell’amore e dell’altruismo. È un cattivo ben congegnato, la sua biografia è accuratamente spiegata dall’autrice nei sei romanzi che compongono la saga. Anche la sua trasposizione cinematografica è notevole: un sito di film lo ha nominato “miglior cattivo nella storia del cinema“.
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O’Brien da 1984 di George Orwell
Il vero cattivo del romanzo di Orwell sul totalitarismo non è il Grande Fratello, dittatore virtuale, volto onnipresente che osserva i cittadini ovunque siano, ma O’Brien, funzionario dal volto bonario che si finge solidale con i ribelli fino a sposarne la causa ed è invece un doppiogiochista che li sottopone al lavaggio del cervello. Si tratta di un cattivo dall’aria paterna che basa la sua cattiveria sull’empatia, sulla capacità di immedesimarsi nelle altrui cause fingendo di sposarle. E’ il prototipo del politico cinico e istrionico come ce ne sono tanti anche nelle nostre democrazie.
obrien
Sauron da Il signore degli anelli di J. R. R. Tolkien
Oscuro signore di Mordor, è simile a Voldemort in quanto il suo corpo è una trasfigurazione della cattiveria. Dapprima capace di assumere un aspetto “visibile”da elfi, nani e umani dopo essere stato sconfitto e sconfitto e aver perso l’Unico Anello diventa “nero e orrendo”. Nel Signore degli anelli è così descritto: “I contorni dell’Occhio erano di fuoco, mentre nel globo vitreo della cornea gialla e felina, vigile e penetrante, si apriva, nel buio di un abisso, la fessura nera della pupilla come una finestra sul nulla”. In un certo senso, Tolkien rappresenta il male assoluto allo stesso modo in cui Dante rappresenta Dio e quindi il bene, cancellando ogni connotazione fisica e umana, riducendo l’immenso (malvagio) a un punto, un cerchio: la pupilla che irradia energia tutt’intorno. Come per il dio dantesco, dunque, la forza narrativa di Sauron sta nella sua incomunicabilità: non può essere raccontato, solo sentito e vissuto. Adorato o temuto.
sauron
Don Rodrigo da I promessi sposi di Alessandro Manzoni
Don Rodrigo non possiede arti magiche come Voldemort o Sauron, non è un cattivo che, come il destino, non lascia scampo (Moby Dick) e nemmeno sa interpretare l’animo umano e piegarlo a proprio vantaggio come O’Brien. E’ un nobilotto tronfio e senza scrupoli che regna su un feudo abitato dai suoi bravi con la violenza e la paura. Giovanni Macchia, critico letterario, lo ha definito un “Don Giovanni mancato”: vorrebbe avere Lucia ma dato che non riesce a sedurla, la rapisce. E’ un cattivo tipicamente italiano: il suo piccolo potere criminale è organizzato, tenuto in piedi col ricatto ed esteso sul territorio locale, che lo circonda. Non c’è pianificazione di grandezza, solo tracotanza e la brama di esaudire ogni capriccio. In un solo tratto don Rodrigo è “esemplare”: non si pente. O meglio, il suo pentimento è lasciato nell’incertezza, poiché l’ultima scena lo mostra incosciente mentre viene mostrato da padre Cristoforo a Renzo, che lo perdona. Speriamo che sia stato coerente con se stesso e malvagio fino in fondo e non sia caduto nel tipico vizio manzoniano di pentirsi al fotofinish di un’esistenza vissuta a tutta malvagità (vedi l’Innominato).
don rodrigo
I Macbeth da Macbeth di Shakespeare
La più breve tragedia di Shakespeare è anche tra le più rappresentate e sebbene il titolo prenda in causa una sola persona, sia il re di Scozia che la moglie si equiparano in quanto a cattiveria e alla messa in atto di piani malvagi. Non a caso, il primo omicidio avviene per decisione di Lady Macbeth che convince il marito a togliere di mezzo re Duncan per assicurarsi la corona. Dal regicidio in poi, la coppia scivolerà in un abisso di scelleratezze uccidendo per scaricare le colpe sugli altri o per preservare il proprio potere, anche contro la profezia di tre streghe. Ciò che rende ancor più spaventoso il capolavoro di Shakespeare è che descrive bene il peso del senso di colpa. Il re è perseguitato dai fantasmi, la regina si lava continuamente le mani perché nelle sue allucinazioni le vede insanguinate. La cattiveria descritta da Shakespeare isola e come un figlio mostruoso divora gli stessi che l’avevano generata. I due regnanti sembrano sempre sul punto di pentirsi, sull’orlo di una crisi da cui riabilitarsi, ma ecco che cadono nuovamente nel vizio dell’omicidio e ogni atto è un gradino sceso verso l’inferno.
macbeth
Dio da Il Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago
Ok, molti di voi considereranno una bestemmia inserire Dio tra i cattivi della letteratura, però se leggete il romanzo dell’autore portoghese, cambierete idea. L’opera narra la vita di Gesù abbandonando il “tono esemplare” dei vangeli e inserendola nella Palestina di allora, percorsa da violenze e fanatismo. Veniamo così a sapere che Giuseppe (forse il personaggio più bello e profondo), padre di Gesù, per salvare la propria famiglia, abbandona al loro crudele destino altri bambini che vengono uccisi e per il resto della vita è perseguitato dalla colpa e che Gesù incontra Dio un giorno, inseguendo una pecora sfuggita al gregge. Dio dice a Cristo che la sua vita gli appartiene e, in cambio di un’esistenza di sofferenza, avrà un’eternità di potere e gloria. In un secondo incontro, sulle rive di un lago, Dio ribadirà la necessità che Gesù muoia soffrendo. La sua morte in croce, garantirà un maggior numero di devoti nel tempo e nello spazio. Quella inscenata da Saramago è quindi una divinità misteriosa e aleatoria che si rivela con forza e minaccia solo nel momento in cui deve fare i propri interessi e come moneta di scambio propone un altrettanto aleatoria promessa di  eternità. È un dio che allontana dalle umane sofferenze e dalla loro comprensione e richiede all’uomo – a Gesù – di astrarsi e abbandonare il sangue e la terra da cui è stato originato, per compiere azioni apparentemente senza senso. Terribili le parole che il Cristo  pronuncia sulla croce: “Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto!”.
vangelo

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