Tra fantascienza e surrealismo, In senso inverso di Philip K. Dick

La Leggivendola

Philip K. Dick è nato a Chicago nel 1928, ed è morto a Santa Ana nel 1982 in seguito a un attacco cardiaco. Nel corso della sua travagliata vita – tra abusi di anfetamine (sotto prescrizione medica), divorzi e instabilità economica – ha scritto decine di romanzi e racconti, diversi dei quali sono stati fonte di ispirazione per diverse pellicole diventate cult – Blade Runner (Ridley Scott, 1982), Minority Report (Steven Spielberg, 2002) e, in mezzo a tante altre, uno dei miei film preferiti, A scanner darkly di Richard Linklater (2006).

 

Parrà strano, ma di Dick non ho letto molto, e soprattutto a mancarmi sono i romanzi più celebri, quelli che vengono considerati la sua eredità più completa perché qualunque appassionato di fantascienza è in grado di tracciarne vagamente la trama – mi riferisco a Ma gli androidi sognano pecore elettriche? e a La svastica sul sole. Invece di andare su quelli che vengono considerati i suoi capolavori, da lettrice ho deviato su Radio Libera Albemuth (scritto nel 1976 e pubblicato postumo nel 1985), che  non è stato una lettura particolarmente appassionante; semi-autobiografico, soffre della crisi mistica di Dick, che rende il romanzo un po’ troppo funzionale alla spiegazione delle sue teorie sul divino, cosa che finisce per rendere la trama secondaria e macchinosa, e i personaggi poco interessanti. E poi, finalmente, il titolo di cui vi vado a raccontare, In senso inverso.

 

 

In senso inverso è stato un viaggio entusiasmante, cinematografico, colorato e assurdo. Scritto nel 1967 e ambientato nel 1998, in un’America bizzarra e distopica in cui il tempo scorre al contrario, sconvolgimento cronologico dovuto a un fenomeno siderale che prende il nome di Fase Hobart avvenuto nel 1986 e che non viene mai spiegato nel dettaglio, è un romanzo un po’ fantascientifico e un po’ surreale, con la trama che spazia dalla soap-opera al pulp.
Prima di tutto pensiamo alla questione del tempo, che è parecchio importante. Fin dalla Fase Hobart, il senso cronologico si è invertito, e questo comporta che: i morti si risveglino dalla morte e “vivano” al contrario, l’età che decresce di giorno in giorno finché non arriva l’ora di rientrare in un utero; le sigarette si rinvengono nei posacenere totalmente integre; si vomita invece di mangiare; “addio” e “ciao” si invertono”; si impreca urlando “cibo”. Oltre alla questione cronologica, è parecchio interessante anche quella politica: ci sono gli USA e c’è la Libera Municipalità Negra, stato separato nato da un movimento per i diritti civili dei neri di chiara impronta religioso-filosofica. Negli Stati Uniti, la Biblioteca è una forza immane e misteriosa che la polizia non sa contrastare, il resto del mondo è un mistero che rimane prevalentemente tale, perché tutta l’azione si svolge a Los Angeles.

Che accade, dunque, in mezzo a tanta confusione? Accade che le persone si sono abituate al contesto in cui abitano, bislaccherie temporali comprese. Esistono i “Vitarium”, agenzie che si occupano della riesumazione degli ex-cadaveri e della ricollocazione – a pagamento – dei redivivi nel mondo del lavoro. Sebastian Hermes, un ex-defunto di mezza età, gestisce proprio uno di questi Vitarium, insieme a una manciata di collaboratori e alla moglie Lotta, più giovane di lui di troppi anni perché la differenza non abbia conseguenze sul loro rapporto, – soprattutto perché Lotta, vedendosi infantilire di giorno in giorno, è non poco spaventata, e sembra vivere su una lastra di ghiaccio, con la costante minaccia che questa le si spezzi sotto i piedi. Sebastian scopre che un importante leader religioso, l’Anarca Peak, deceduto nel 1971, sta per tornare in vita. È un’occasione ghiotta, può rivendere i diritti della sua seconda vita per un bel po’ di soldi, e intende accaparrarselo, in barba alle leggi. Nel frattempo, l’attuale leader religioso del culto fondato dall’Anarca sta arrivando negli USA per tenere un comizio, e il suo arrivo è visto con una buona dose di scetticismo misto a timore da Sebastian come da altri personaggi. Dall’agente Joseph Tinbane, ad esempio, che si trova spesso a fare giri di perlustrazione nei cimiteri per intercettare i redivivi, e che grazie al suo lavoro ha stretto amicizia con Sebastian, – benché si scopra poi innamorato della moglie Lotta, pur essendo lui stesso sposato.
La rinascita dell’Anarca Peak scatena un pandemonio nella vita tranquilla di Sebastian; sono in molti a volerselo accaparrare, vuoi per metterlo a tacere o per far risuonare più forte la sua voce. E qui entra in scena il carattere distopico di un mondo che altrimenti verrebbe da definire giovialmente surreale. Di governo non si parla molto, ma l’impotenza delle forze dell’ordine e la sfiducia nei loro confronti è parecchio evidente. La morte non sembra una questione così importante, dopotutto, roba di tutti i giorni.

 

È un romanzo che consiglio senza riserve, che siate o meno fan di Dick; svelto e dinamico, non manca di proporre alcuni dei temi più cari all’autore, – sociali, politici, religiosi, filosofici – ma senza la pesantezza di opere successive, in cui la sua ricerca interiore si era fatta morbosa e ossessiva. Arrivo a dire che se ancora dovete prendere in mano qualcosa di Dick, questo potrebbe essere il titolo giusto. Per quanto mi riguarda, ora mi sento pronta ad affrontare La svastica sul Sole.

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