Consigli di lettura per chi non legge scrittori italiani (ma forse dovrebbe iniziare a farlo)

La Leggivendola

“Non leggo scrittori italiani” è una frase che ho sentito, nelle sue varie declinazioni, piuttosto spesso. Per carità, ognuno ha i suoi gusti, e fino a qualche anno fa pure io sfoggiavo una smaccata predilezione per la letteratura di origine anglofona. Americani, inglesi, canadesi. Qualche francese, qualche giapponese. E quante meraviglie mi stessi perdendo saprei dirlo solo ora che tra gli scrittori italiani ci sguazzo.

Lo scrittore si sviluppa nel contesto letterario e culturale del proprio paese, questo è logico; dunque è naturale che in una letteratura geograficamente delimitata si possano riscontrare determinati archetipi, tendenze o marche stilistiche. Troverò più naturale trovare del realismo magico nella letteratura latino-americana che in quella francese, e un certo tipo di pungente auto-ironia nel romanzo autobiografico di un ebreo di Brooklyn. Ovviamente si tratta di tendenze e non di regole. Il fatto che un percorso risulti semplice, non implica che si dimostri obbligato.

Tutto questo per dire che, nel dire che non si leggono “scrittori italiani”, presupponendo un’identità di tematiche e stili nell’intera produzione letteraria del Bel Paese ci si perde tanto di quel bendidio che la metà basterebbe a far piangere Umberto Eco.

Ecco, prendiamo Umberto Eco: è uno scrittore che apprezzo – e una volta ho persino sognato di offrirgli anonimamente un cornetto in un bar vicino al Castello Sforzesco – ma che può facilmente non piacere: il suo stile è alto, le sue trame si sviluppano complesse e involute, con una lentezza che fa presto ad appesantire. Lo prendo ad esempio qui perché la mia impressione è che lo stereotipo dello “scrittore italiano” che tanti non leggerebbero sia proprio Eco: uno scrittore impegnativo, comprensibile con un certo sforzo, che non va molto incontro al lettore.

Eppure la letteratura italiana offre una masnada eclettica e variegatissima di stili, trame e correnti, e dunque vorrei consigliare qualche titolo per aiutare chi la rifiuta categoricamente ad approcciarcisi. Senza impegno.

Il primo libro che mi va di consigliare è Roderick Duddle di Michele Mari, edito da Einaudi nel 2014. Un romanzo pregno eppure dinamico, svelto eppure scritto con estrema raffinatezza di linguaggio. Le vicissitudini di uno sfortunatissimo orfano di dieci anni – Roderick, appunto – nell’Inghilterra dell’800, tra atmosfere dickensiane, intrighi e un allegro cinismo. Come ballare il fox-trot sulla propria tomba.

Altro romanzo consigliabilissimo è We are family di Fabio Bartolomei, pubblicato da edizioni e/o nel 2013. Mentre il resto della produzione dell’autore, perlopiù gradevolissima, è facilmente riconoscibile come autoctona – non è soltanto l’ambientazione ad apparire smaccatamente italiana, ma pure i modi di fare, vivere e pensare di molti personaggi; Bartolomei è uno scrittore quasi politico, e nel criticare la società italiana fa parecchio riferimento al nostro contesto, e questo può facilmente infastidire chi non si approccia alla patria produzione – We are family è assai più universale, gonfio di trovate spassose, colpi di genio e mazzate di malinconia. Protagonista è Almerico Santamaria, un ragazzino geniale (plausibilmente asperger) che vive con la sorella in una casa che si sposta, una famiglia mozzata dalla lontananza dei genitori e spiantata, ma non per questo infelice.

Più recente – non che i titoli citati finora vengano da chissà quale lontanissimo passato – è Restiamo così quando ve ne andate di Cristò, edito quest’anno dalla giovane casa editrice Terrarossa. Protagonista e narratore è Francesco, quarantenne, musicista fallito che lavora in un supermarket e annacqua il disprezzo che prova per se stesso con un consumo costante di hashish. Restiamo così quando ve ne andate è la svolta nella sua vita, è un cambio di rotta, ma senza idealizzazioni né miracoli; Francesco è ben lungi dall’essere una persona perfetta, è piagato da quel difetto che si chiama umanità, e non è abbastanza forte da sapervi porre rimedio. Un romanzo aguzzo, in cui l’ottima costruzione dei personaggi si accompagna alla scelta di un punto di vista assai bizzarro, perfino inedito.

L’ultimo ballo di Charlot è il mio libro preferito di Fabio Stassi, uscito per Sellerio nel 2013. La trama, a volerla riassumere in due righe, è piuttosto semplice: Charlie Chaplin è anziano e arrugginito, e attende l’arrivo della Morte nella sua stanzetta, così come gli aveva predetto un’indovina decenni prima. Con la Morte ha fatto un patto: un anno di vita in più per una risata. E, con gli intermezzi degli incontri tra l’attore e la grande mietitrice universale, ripercorriamo la vita del celebre attore e regista, giustamente ed evidentemente romanzata. Una lettura piena di bizzarrie, assurdità e cinema.

Lorenzo Mazzoni è l’ultimo scrittore che consiglio, e non riesco a decidere tra due titoli, Quando le chitarre facevano l’amore e Il muggito di Sarajevo, entrambi pubblicati da edizioni Spartaco, rispettivamente nel 2015 e nel 2017. Mazzoni è un giornalista, viaggia un sacco e mi sento di ipotizzare che la sua visione fortemente internazionale dipenda anche da questo. Quando le chitarre facevano l’amore è un romanzo assurdo, coloratissimo e corale. Siamo negli anni ‘60 e pare essere stato rintracciato un ex-gerarca nazista, uno dei peggiori, il braccio destro di Hitler. Svariati e improbabilissimi personaggi si mettono sulle sue tracce: sarebbe il santone di una comune hippie in Texas. Il muggito di Sarajevo è forse più cupo, un po’ meno corale ma ugualmente assurdo: anni ‘90, Sarajevo è devastata dalla guerra civile. Ci sono la musica di Barbara Streisand, il radicalismo islamico, un sacco di droghe, il punk e una mucca magica. Decidete voi quale titolo vi convinca maggiormente.

 

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