I sette “vizi capitali” della scrittura

Marina

Sono moltissimi e di mille tipi diversi gli errori che si fanno scrivendo, ma ce ne sono alcuni che capitano molto più spesso di altri. Ecco i sette più diffusi.

1. Sbagliare registro: un testo si rivolge sempre a qualcuno e va modellato di conseguenza. Molto spesso si tende a esprimersi in modo burocratico o tecnico, o comunque non adatto al potenziale lettore.

Se si invia un manoscritto a una casa editrice bisogna studiarne catalogo e collane, mentre se si scrive un articolo di giornale è bene chiedersi qual è il lettore tipo (età media, abitudini e preferenze). Se si partecipa a un concorso letterario, poi, si deve leggere con attenzione il bando, dare un occhio allo scritto che ha vinto l’edizione precedente e riflettere su chi ci leggerà.

Discorso a parte, poi, è quello relativo alla letteratura per ragazzi, che richiede un registro particolare.

2. Usare frasi troppo lunghe e complesse.

Uno stesso concetto può essere espresso dividendo un discorso in più frasi. Alcune proposizioni subordinate relative, causali, finali oppure temporali possono “vivere di luce propria” e diventare esse stesse proposizioni principali, racchiuse tra due punti. Sempre che siano necessarie, perché in caso contrario possono essere eliminate.

3. Fare errori di punteggiatura: tra i più comuni c’è senz’altro la virgola tra soggetto e verbo, seguito da un uso eccessivo e a volte casuale del punto e virgola e dei puntini di sospensione.

Per altro più una frase è lunga e più si tende a sbagliarne la punteggiatura, per cui evitare di incorrere nell’errore numero 2 può essere utile anche in questo senso.

4. Variare poco il linguaggio: abbiamo già parlato in questo post di come evitare di ripetere le espressioni a cui siamo più legati. Se è vero che ogni scrittore ha un proprio linguaggio, cercare di arricchire il nostro vocabolario è un esercizio ─ anche mentale ─ più utile di quanto si pensi.

5. Servirsi di paragoni impropri: tutti noi tendiamo a usare (troppe) metafore e similitudini. È sempre bene chiedersi se sono necessarie ed evitare che siano banali o, al contrario, difficilmente comprensibili a chi ci legge (vedi punto 1).

Trovare un giusto compromesso tra originalità e semplicità di linguaggio è la strada giusta, anche se non sempre facile e immediata, per ottenere un buon risultato.

6. (Ab)usare di frasi fatte: abbassare la cresta, andare a pallino o a gonfie vele, mettere il dito nella piaga, gettare la spugna sono solo alcuni esempi dei moltissimi modi di dire della nostra lingua che sarebbe bene evitare (o quantomeno limitare) in ogni tipo di testo.

7. Non rileggere: se è vero che spesso quando si scrive per un giornale bisogna rispettare i tempi di consegna e si è costretti a rileggere di fretta, in tutti gli altri casi è bene lasciare “riposare” il proprio testo prima di inviarlo al nostro destinatario.

Rileggere dopo qualche giorno o, ancora meglio, far rileggere a un lettore fidato farà saltar fuori, improvvise e numerose, imprecisioni e sfumature sbagliate invisibili fino a poco prima.

In generale, quindi, è sempre bene semplificare ed evitare di essere prolissi o banali. Bisogna cercare di usare un linguaggio immediato e lineare, ricorrere a dizionari (anche on line) e testi di grammatica quando si hanno dei dubbi e, infine, rileggere senza fretta.

In genere, poi, chi ama scrivere è anche un forte lettore, per cui circondarsi di bei libri è sempre una scelta saggia e utile. Anche Stephen King la pensa così: “Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto.”

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