Stanislaw Lem e la fantascienza umoristica

Stefano Spataro

Di recente, un sondaggio proposto dalla pagina Facebook di Penne Matte chiedeva agli utenti quale fosse il loro autore di fantascienza umoristica preferito. I candidati erano solamente due. Da una parte c’era il famoso e irriverente Douglas Adams, noto per la sua Guida intergalattica per autostoppisti (1979), dall’altra invece l’altrettanto noto Stanislaw Lem.
Molti hanno gridato allo scandalo, negando in prima battuta l’appartenenza di Lem al filone della sci-fi comica. Mi sembrava dunque d’obbligo specificare un po’ i termini della questione e vedere se l’opera dello scrittore polacco, se non tutta almeno in parte, possa rientrare nel sottogenere.

Lem

Il sottogenere umoristico vede al suo interno una serie di nomi celebri. Senza andare necessariamente a caccia di precursori, possiamo chiamare in causa, oltre al già citato Adams, anche Fredric Brown, che con il suo Assurdo universo (1979) aveva l’obiettivo di prendere in giro la fantascienza delle riviste pulp da due soldi.

E che dire della satira pungente dei racconti di Robert Sheckley? Da citare è sicuramente un suo romanzo, Scambio mentale (1966), un hellzapoppin’ in cui il protagonista, privato del suo corpo, viaggia nell’universo cambiando continuamente involucro e ritrovandosi nelle situazioni più imbarazzanti.

Va citata anche la serie di racconti Pete Manx (anni ’30-’40) di Henry Kuttner e Arthur K. Barnes, scritta spesso sotto lo pseudonimo di Kelvin Kent. Tuttavia stilare un elenco completo è impossibile, per quanto inutile, ma a mio modesto parere vanno segnalati alcuni romanzi di Mack Reynolds. Tra tutti Ed egli maledisse lo scandalo, il quale, sebbene non prettamente comico, presenta punte di satira notevoli verso la società occidentale degli anni ’60.

E Lem?

Tutti lo conoscono per Solaris (1961), sicuramente uno dei titoli più importanti della letteratura di genere e non, e in particolare per la celebre pellicola che ne ha tratto Andrej Tarkovskij. Eppure, anche lui si è occupato di satira e il lato umoristico della sua opera viene fuori principalmente in due antologie di racconti.

Cyberiade (1965) narra le vicende di due costruttori, Trurl e Klapaucius, delle loro invenzioni e delle loro bizzarre avventure nello spazio. Lo stile di scrittura è piuttosto semplice, molto simile a quello favolistico. Nonostante ciò i racconti contengono profonde riflessioni esistenziali, filosofiche e scientifiche.

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Anche Memorie di un viaggiatore spaziale (1971) è scritto nello stesso stile umoristico. I racconti sono raccolti in una sorta di diario dell’astronauta Ijon Tichy i cui viaggi, talvolta anche nel tempo, lo portano a conoscere diversi personaggi assurdi e ad affrontare avventure al limite del possibile. Anche qui l’obiettivo è quello di far riflettere su questioni fisiche ma anche filosofiche, come la religione, il senso della vita, l’intelligenza naturale e artificiale, riuscendo a strappare più di un sorriso e soprattutto ironizzando su diversi aspetti della società contemporanea.

Si può dunque confermare che una parte della produzione di Lem può considerarsi comica o quantomeno satirica, e che tuttavia il tono scherzoso non scalfisce di una virgola la riflessione profonda e la visione cosmica di romanzi come Solaris e Pianeta Eden (1959).

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