Scifi politica o avventurosa? Due contemporanei a confronto

Stefano Spataro

Più volte vi ho parlato di fantascienza contemporanea, di cosa dovrebbe trattare per essere attuale e di alcune nuove tendenze nel panorama anglofono e orientale. Su questa scia vorrei sottoporre alla vostra attenzione due saghe che, anche se non proprio recentissime, ci possono far capire quale sia stata l’eredità della Space Opera classica nei tempi più vicini a noi.

Il primo ciclo di cui vi voglio raccontare è la Galactic Comedy di Mike Resnick di cui Urania ha ristampato recentemente tutti i volumi nella sua collana madre: Paradiso remoto (edizione originale, 1989), Purgatorio: storia di un mondo lontano (1993) e Inferno (1993).

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Il primo capitolo della trilogia segue l’indagine di un giornalista terrestre su Peponi, un pianeta alieno ricco di risorse naturali, ma già abitato da altre specie coscienti, e tuttavia ritenute inferiori. La posizione privilegiata del narratore consente di districare le vicende geopolitiche che si sono susseguite e attraverso interviste ai primi coloni cacciatori, chiacchierate con gente che ha vissuto la rivolta degli “aga”, discussioni con i nuovi politici del pianeta, sempre sull’orlo di una crisi, l’autore riesce a far emergere la delicatissima questione della colonizzazione di altre terre, apportando sfumature non banali e profondamente attuali.

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Nei capitoli successivi si ripete, anche se con modalità e risvolti sempre diversi, del dramma dell’arrivo di contingenti umani, accolti come divinità ma capaci di perpetrare solo distruzione e schiavitù. Che ci sia una neanche tanto sottile critica alla questione africana? In ogni prologo l’autore racconta la favola della rana e dello scorpione nella sua versione ugandese, e concludendo afferma: “È chiaro che non ha proprio niente a che vedere con questo romanzo, che parla del mitico mondo di Peponi (o Karimon, o Faligor) più che della reale nazione dell’Uganda”. Vedete un po’ voi…

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La seconda saga sembra essere invece meno impegnata dal punto di vista politico, ma è molto interessante sotto l’aspetto sociologico della costruzione della civiltà. Con i primi tre romanzi di Coyote (Coyote, 2002; Coyote rising, 2004; Coyote – Estrema frontiera, 2005), anche questi di recente stampati in Urania, Allen Steele racconta anch’egli della colonizzazione di un nuovo pianeta (in realtà una luna). Ma non ci sono altre civiltà ad aspettare il contingente, che ci impiega più di duecento anni per raggiungere il satellite, ma solo un mondo inesplorato e pieno di insidie naturali.

Nel giro di qualche anno però i coloni verranno raggiunti da un’altra astronave, partita un paio di centinaia di anni dopo di loro, ma più veloce grazie alle nuove tecnologie a cui l’uomo sulla Terra è arrivato. Inoltre sul vecchio mondo la società è profondamente cambiata, la Repubblica degli Stati Uniti è stata sostituita da un governo di stampo socialista e profondamente crudele a autocratico, i cui governanti sono affiancati da figure inquietanti, i savants, metà robot e metà coscienze umane.

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Se quindi il punto di riferimento per la Commedia Galattica di Resick è senza dubbio la Fondazione di Asimov, anche nei suoi risvolti più recenti con il Preludio alla Fondazione e Fondazione: Anno zero, Steele preferisce sicuramente autori come Edmond Hamilton, Robert Heinlein e Arthur Clarke. Entrambi reinterpretano stilemi classici e lo fanno in maniera nuova e originale, facendoci riflettere, sempre e comunque, sulla natura dell’uomo quando questi si ritrova al cospetto di qualcosa di diverso da sé, che sia un essere senziente o meno.

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