Persone, personaggi e sciacallaggio

La Leggivendola

Ieri stavo passeggiando per il centro, e ho visto una ragazza seduta su una panchina. Era da sola, eppure sembrava stesse chiacchierando con qualcuno. Aveva l’aria di divertirsi un sacco, come se stesse ascoltando una buffa storiella, e aveva una mano alzata, come a reclamare il proprio turno in una conversazione. Ribadisco, era da sola. E non è che io sia stata a controllare se avesse un auricolare o se stesse urlandosi con qualcuno dall’altra parte della strada, avevo da pensare ai fattacci miei e fare la spesa, – e poi se una sconosciuta vuole parlare da sola, liberissima di farlo.
Solo che una parte di me è rimasta su quella panchina, a rispondere alla domanda “Con chi sta parlando quella tizia?”. Mi sono date molteplici risposte – fantasmi, alieni, una voce nella sua testa, la gemella divorata in gravidanza che è rimasta ad abitarla come uno spirito e una costante compagna di avventure. Non che io abbia trovato spiegazioni soddisfacenti, e d’altronde non avevo granché voglia di farlo. È stato giusto un picco di curiosità che ho lasciato andare quando ho varcato le porte del supermercato.
Ma qualcosa è accaduto, in mezzo alle chiacchiere con cui vi ho ammorbato nei precedenti capoversi: è nata un’idea.
Per quanto mi riguarda, le idee vengono da una commistione di mondo interiore e input esterni. L’ispirazione – che strana parola – può arrivare da uno scarabocchio che occhieggia dalla parete di un palazzo, da una situazione tanto bizzarra che merita di essere riportata su pagina, dalla possibilità di un malinteso. Con la comunicazione per iscritto – ormai la norma – è facile che si fraintenda un sottinteso, che si perda totalmente il tono dell’affermazione, e da un semplice “mi sarò spiegata bene?” può nascere tutta una narrazione basata sulle implicazioni seguenti.
C’è un punto in cui il racconto si stacca da quello che l’ha portato a nascere, lo sviluppo naturale che segue il momento in cui l’idea si è manifestata nella sua forma primigenia, – una scena? Un luogo? Un personaggio?

 

 

Ecco, coi personaggi la questione si fa eticamente complessa. Se vuoi prendere un tratto particolare da qualcuno che conosci, – magari quel comportamento strano, la freddezza del tono di voce, o un particolare momento della sua vita – si rischia di sfociare in un territorio minato, in cui la creatività va a cozzare con la vita privata di una persona. Hai voglia di pensare che dopotutto con quel personaggio non stai rappresentando quella persona specifica, ma che sia il frutto di un’evoluzione tutta tua. Non è detto che non si rischi di vederci troppo, – e qui entra per forza in gioco la consapevolezza di chi scrive.
Quando si inizia a scrivere, di solito si fa da protagonisti ai propri racconti. È una normale conseguenza del fatto che si tende a scrivere dapprima di ciò che si conosce, e del naturale bisogno di autodefinirsi proprio di un certo periodo della nostra vita. Se nelle nostre primissime produzioni narrative raccontiamo principalmente di noi stessi, è anche normale che peschiamo a piene mani dalle persone che ci stanno attorno, dai nostri genitori agli amici più stretti. E magari quei racconti li facciamo anche leggere, dichiarando chi ha ispirato quale personaggio, – possibile anche che abbiamo lasciato gli stessi nomi. Alle medie lo facevo, quando non
Ma al di là di queste prime, acerbissime sperimentazioni, – e al di là del genere conosciuto come autofiction, ovviamente – scrittore e romanzo diventano entità separate, e la storia e i personaggi che lo compongono devono potersi dire indipendenti dal loro creatore. Deve formarsi un mondo finzionale popolato da maschere credibili, il cui comportamento sia in linea con la loro caratterizzazione e il contesto. Al di fuori di una consapevole tendenza biografica, il personaggio non avrà più nulla a che fare con la persona che l’ha ispirato.

 

 

Eppure, la problematica degli input esterni rimane. E se volessimo riprodurre su carta il rapporto morboso di qualcuno che conosciamo con una persona o un oggetto, una dipendenza, affrontare le cause di un litigio che vi ha visti protagonisti?
È difficile, a quel punto, porsi un limite. Se una storia funziona, c’è poco da fare, funziona. E buttare un’idea che funziona per il timore di offendere qualcuno è certamente un peccato.
Pare che J.K. Rowling abbia basato il personaggio di Severus Snape su un suo vecchio professore di chimica e che Sherlock Holmes venga dall’incontro di Arthur Conan Doyle col Dr. Joseph Bell. Testate giornalistiche come l’Indipendent si interrogano su chi abbia potuto ispirare l’austeniano Mr. Darcy.

 

 

Si dice che uno scrittore debba essere spietato, che non debba temere le ripercussioni dei propri scritti, né su sé stesso, né sugli altri. Lo scrittore trasmette su carta l’ambiente in cui vive, o l’idea che se ne è fatto. E una visione del tutto innocua è una visione spenta, che manca di intensità.
Scrivere è un attento lavoro di equilibrio fra tanti fattori, non ultimo il dosaggio delle informazioni. Personalmente ritengo che in letteratura (quasi) tutto sia lecito, e che non ci sia nulla di cui davvero non si possa raccontare, per quanto torbido e doloroso. Ma se andassimo a pescare laddove qualcuno ha vissuto e ancora vive, nel tessuto di un carattere che non ci appartiene, una certa dose di consapevolezza sarebbe necessaria. Non per fermare la penna, ma per evitare uno sciacallaggio. E se proprio lo sciacallaggio è inevitabile, che almeno ne valga la pena.

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