Lions di Bonnie Nadzam – recensione

La Leggivendola

Lions di Bonnie Nadzam, edito da Edizioni Black Coffee nella traduzione di Leonardo Taiuti, è uno di quei libri di cui si potrebbe parlare a lungo, la cui storia si presta a immergersi negli interrogativi ricorrenti sull’identificazione del genere “fantastico”, sulla volontà di uno scrittore di celare parte della storia, per lasciare delicatamente che il lettore ci metta il suo, sulle mille verità che possono emergere da un unico romanzo.

È un libro che prende subito, dalle prime pagine. Una scrittura intensa, pregna, eppure attenta e dosata, senza sbrodolature. Una serie di personaggi vivi, esseri umani fallati, una pluralità di punti di vista e di perdite personali. Non lo nascondo, io Lions l’ho adorato.

Lions è un paese del Colorado che sembra destinato al totale abbandono. Le fabbriche sono chiuse, i negozi latitano, la gente si trasferisce. Ci sono un pub, un diner, un negozio di cianfrusaglie. I rifornimenti arrivano ogni settimana, e la città più vicina non è poi così vicina. E poi ci sono gli Walker, la stirpe dei fondatori di Lions, attorno ai quali la cittadina sembra raccogliersi, come in attesa di risposte, – o di domande. Se Lions sta morendo, gli Walker affogheranno con lei.

La storia prende il via con l’arrivo di un vagabondo a Lions. Uno squattrinato affamato che si porta dietro un cane, cui gli Walker offrono una cena, una banconota e un riparo per la notte. Il vagabondo accetta le loro gentilezze ma non il letto. Dopo cena riparte col suo cane e finisce nell’unico locale ancora aperto di Lions; lì le cose non gli andranno troppo bene, e in un certo senso sarà la spinta che metterà in moto tutto il romanzo, in un rimando tra l’antico passato di Lions e questo squallido presente.

Gli Walker hanno un figlio diciassettenne di nome Gordon; lui e Leigh sono gli unici diciassettenni di Lions, ed è come se fossero destinati a stare sempre insieme. Il loro rapporto è strano, permeato da infinita dolcezza e dalla strana distanza che è Gordon per primo a mettere tra loro. Leigh sa che quella distanza è riempita in silenzio da Lions; c’è una sorta di innata responsabilità soggiacente che spinge gli Walker a non andarsene, a prendersi cura per sempre di un paese che sta morendo. Anche se Gordon e Leigh dovrebbero partire insieme per il college nel giro di poche settimane, anche se poco a poco tutti se ne vanno, anche se…

E il romanzo, in un certo senso, è tutto qui ed è molto di più. C’è l’impossibile responsabilità che lega gli Walker a Lions, di cui non ci è dato di comprendere per intero la natura; è concesso solo alla stirpe degli Walker. Ci sono i dolorosi contrasti tra un concetto di bene collettivo e la giusta realizzazione di sé stessi, tra gruppo e individuo, tra quello che si vorrebbe essere, ciò di cui si vorrebbe avere bisogno, e quello che finisce per produrre effettivamente quella sensazione di giustizia e benessere che ti permette di dormire la notte. È un romanzo strano, che mette al centro l’identità dei personaggi e lascia ai margini un mistero che, prendendo la stessa storia da un’altra angolazione, avrebbe potuto costituirne il fulcro.

Non è un romanzo universale e non è un romanzo innocuo. Potrebbe essere un capolavoro.

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