I libri di sangue di Clive Barker

Stefano Spataro

Clive Barker è senza dubbio uno degli autori horror più interessanti dei nostri giorni. Il suo eclettismo gli ha permesso sin da giovane di spaziare nelle arti visive, a partire dalla pittura fino ad arrivare a quelle per cui lo conosciamo noi, il cinema e la letteratura.

Conosco Barker, come autore e non di persona – ahimè o per fortuna – da molti anni, sin da quando sui libriccini allegati agli speciali di Dylan Dog, o sugli Almanacchi della paura si sponsorizzavano le sue pellicole sanguinolente. Chi di voi infatti non ha visto Hellraiser (1987) e Cabal (1990) almeno una volta nella vita rimedi immediatamente. Tuttavia confesso di essermi approcciato solo da pochissimo alla lettura dell’opera letteraria dell’autore britannico e devo ammettere che mi sono perso un sacco di roba.

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Cercando in rete un punto di partenza ideale, ho trovato una certa convergenza dei fan nel considerare I libri di sangue come l’opera più rappresentativa della produzione dell’autore. Così mi sono andato a cercare il primo dei sei volumi della collana, e dopo aver visto sulla copertina la citazione di Stephen King che lo considera “il futuro dell’horror”, mi sono domandato: chi sono io per mettere in discussione la parola degli appassionati o addirittura l’autorevole opinione dello Zio?

I libri di sangue sono delle antologie di racconti uscite tra il 1984 e il 1985. Infernalia, il volume di cui vi parlo, contiene anche una pregevole introduzione firmata da Ramsey Campbell che non si fa alcuna remora nell’affermare che “se siete stanchi di favole che vi rimboccano le coperte e si fanno premura di accendere il lume notturno prima di salutarvi, sarete forse lieti quanto me di scoprire che Clive Barker è lo scrittore più originale che sia apparso sulla scena del racconto dell’orrore in questi ultimi anni e, nel senso più positivo del termine, lo scrittore contemporaneo più scioccante in questo genere letterario”.

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Già l’incipit è tanto celebre quanto devastante: “siamo tutti libri di sangue; in qualunque punto ci aprano, siamo rossi”. Queste parole ci danno l’idea di quanto il narrato sarà visionario e allo stesso tempo truculento. Il racconto che funge da proemio all’opera parla di un finto medium e di una studiosa di fenomeni paranormali che si ritrovano ad abbattere la sottile parete che divide il nostro mondo da quello dei defunti. Questi si prenderanno la loro ripicca incidendo, nel vero senso della parola, le loro storie sulla pelle del ragazzo.

Negli altri cinque racconti che completano l’antologia, l’autore si diverte a descrivere di squartamenti rituali nei sobborghi di Manhattan (Macelleria mobile di mezzanotte), di reincarnazioni mostruose all’interno di un riformatorio (Mai dire maiale), di due città che si trasformano in due enormi giganti composti di corpi umani per farsi la guerra (In collina, le città) e di tanto altro ancora.

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Oltre allo stile crudo e diretto, e insieme immaginifico (a me personalmente fa l’effetto di un Lovecraft che abbia visto i film di Lynch), una peculiarità dei racconti di Barker è certamente l’affezione alla mostruosità e al prevalere del male sul bene. Chi ha visto i film dell’autore sa a cosa mi riferisco. I veri protagonisti delle sue storie sono i demoni, i deformi, i folli, i solitari, i ribelli… solo loro sono in grado portare alla luce il fascino incontrollabile della paura.

Sicuramente è roba per cuori duri (infatti non so quanto reggerò, personalmente) ma di certo è un’esperienza estrema e interessante, che può aprire la mente a nuovi scenari onirici, anche e soprattutto a chi l’horror vuole scriverlo oltre che leggerlo.

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