Quando la morte è un personaggio

La Leggivendola

Nella letteratura, la morte ha quasi lo stesso peso dell’amore. Eros e Thanatos. Tema centrale, metafora, simbolo. Potremmo stare giorni interi a elencare prodotti letterari che vedono al proprio centro la morte, partendo dall’epica fino ad arrivare a, chessò, L’invenzione della madre di Marco Peano (Minimum Fax, 2015), in cui il protagonista si trova ad avere a che fare con gli strascichi lasciati dalla morte della madre.
Mi rendo conto solo ora che questo articolo rischia di diventare cupo, quando non vorrebbe affatto esserlo. Nella letteratura la morte non è soltanto un tema; talvolta è pure un personaggio e capita che sia pure un ottimo personaggio.
Qui di seguito, elenco le mie personificazioni letterarie della morte preferite.

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Iniziamo con Bill Porta, ovvero la Morte secondo Terry Pratchett. Personaggio presente in buona parte del romanzi ambientati nel Mondo Disco, si tratta di una morte particolarmente iconica. Uno scheletro con falce e mantello nero, che vive in una dimensione tutta sua e che a un certo punto della sua – si fa per dire – vita subisce il pesante colpo di una crisi di identità che lo porta a vivere per qualche tempo tra gli umani (Il tristo mietitore, Salani, 2008). Il nome Bill Porta è quello che si è scelto quando, trovandosi davanti a una donna che gli chiedeva come si chiamasse, ha buttato fuori il primo nome che gli è venuto in mente.
Il Mondo Disco è un’ambientazione di un fantasy bislacco e parodistico, non per questo privo di cura e profondità. Morte – o Bill Porta, che dir si voglia – è ironico, saggio. La sua comparsa lascia ogni volta un velo di tristezza dietro una risata più o meno amara.

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Al secondo post metto Morte degli Eterni, sorella del protagonista Morfeo in Sandman, meravigliosa serie cult a fumetti creata e sceneggiata da Neil Gaiman. Qui Morte è una ragazza pallida, con un ankh appeso al collo e gli occhi curiosamente truccati. Adatta il proprio abbigliamento all’epoca in cui abita, e nel mondo contemporaneo indossa sempre una canotta nera su pantaloni neri. È allegra, molto più di quanto non verrebbe da pensare. Accoglie i deceduti amichevolmente, li accompagna per l’ultimo viaggio con fare da sorella maggiore, – dopotutto è questo anche per Morfeo, deve venirle naturale.

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Un’altra rappresentazione della morte che mi ha divertito un sacco è quella di Christopher Moore in Un lavoro sporco e nel seguito Anime di seconda mano, entrambi pubblicati in Italia da Elliot Edizioni. Qui la morte non è un singolo personaggio, ma un lavoraccio che viene tramandato a una serie per individui, questione di capillare diffusione e dolorosa burocrazia. In Un lavoro sporco il compito tocca a Charlie, che ne viene investito tramite l’invio del Grande Libro della Morte, istruzioni annesse.

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Sicuramente ci saranno altre rappresentazioni della morte nella narrativa, contemporanea e non, ma queste sono quelle che mi sono rimaste in testa, vuoi per la creatività, per l’umanità o per il semplice fattore divertimento. Sarebbe interessante, tuttavia, se tutti gli scrittori del mondo si mettessero d’accordo per creare ognuno una sua personalissima versione della morte. Ne verrebbe fuori qualcosa di meraviglioso.

 

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