Il Liceo classico è ancora la migliore scuola per i nostri figli?

Penne Matte

Articolo di Vanessa Niri per Wired.it

Tra le molte cose che sono cambiate, nelle abitudini educative dei genitori italiani, c’è il paradigma della spendibilità. Se fino a pochi anni fa, infatti, i genitori costruivano spesso per i figli la possibilità di scoprire e sperimentare il mondo attraverso le libere espressioni ( corsi di teatro, di disegno, di musica, di fumetto ), adesso sembra che anche il tempo libero dei bambini debba essere “professionalizzante”. Ecco quindi che chiudono le scuole di musica e aprono centinaia di corsi di inglese madrelingua, informatica per bambini, sport agonistici e addirittura corsi di coding e programmazione.

Una scelta, quella di legare il tempo dei bambini e dei ragazzi all’idea dell’investimento il più possibile produttivo, che si riflette anche nell’iscrizione alle scuole superiori. Il costante calo delle presenze al liceo classico, sembra potersi leggere anche all’interno di questa prospettiva: perché perdere tempo a sudare sulle versioni di latino e greco, che “non servono”? – dicono molti genitori.
Meglio utilizzare i cinque anni precedenti alla maggiore età per specializzarsi in un ambito richiesto dal mondo del lavoro (su tutti, il caso dell’aumento vertiginoso di iscrizioni agli istituti alberghieri, che hanno doppiato, come riportato dal Miur, gli altri istituti tecnici) oppure per gettare le basi per una carriera in ambito scientifico.

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All’interno di questo stravolgimento, a fare la parte della cenerentola non invitata al ballo, è proprio il liceo classico: quella che per oltre un secolo è stata la scuola della classe dirigente, vive un momento di abbandono diffuso.
Ne parla Federico Condello – docente di filologia a Bologna – nel suo recente La scuola giusta. In difesa del liceo classico (Mondadori).

La tesi del libro è quasi un rovesciamento dei paradigmi comuni: il liceo classico non viene qui presentato come la scuola “dei ricchi”, ma anzi come la prima porta d’accesso per la mobilità sociale.
A dimostrarlo, dice Condello, sono le statistiche: la percentuale di abbandono dopo i primi anni di Università è estremamente più bassa per gli studenti del classico rispetto agli studenti degli istituti professionali ma anche degli altri licei ( linguistico, scienze umane, lo stesso scientifico ). Il liceo classico, inoltre – continua Condello – si caratterizza per l’ampia possibilità di scelta al termine degli studi: dal classico ci si iscrive a Medicina come a Ingegneria, a Lettere come a Matematica, perché – come diceva Gramsci – il greco e il latino non sono materie in sé, ma metodi formativi che insegnano a pensare.

Questo e molto altro sostiene Condello, nella sua dichiarazione d’amore nei confronti del liceo classico, e su molti aspetti non si può non essere d’accordo. Il tempo degli studenti tra i 13 e i 18 anni deve essere un tempo di formazione.
Bisogna dedicare il tempo per investire su una crescita integrata, che strutturi le basi per una conoscenza specialistica, che sarà il compito dell’università. In un mondo del lavoro estremamente mutevole, legare le proprie competenze ad un ambito unico, senza esercitare il cervello alla costante evoluzione e alla capacità di rimodularsi all’interno di differenti contesti, è all’opposto un rischio altissimo.

Le critiche all’alternanza scuola lavoro, prendono linfa vitale proprio da questo ragionamento: che senso ha, dicono i critici della ASL – usare decine di ore della fase formativa degli studenti, per acquisire competenze specifiche di lavori che magari tra dieci anni (cinque?) non esisteranno neppure più?
In questo senso, un genitore che scelga invece di investire sulla capacità di pensare, cambiare, evolvere e mutare a seconda del contesto dei figli, farà la scelta in assoluto più produttiva: è quindi sicuramente vero che il Liceo Classico puó rivelarsi più produttivo di molte o tutte le altre scelte disponibili nel panorama della scuola italiana.

D’altra parte, non si può sempre pensare che siano i genitori a doversi caricare sulle spalle le conseguenze delle scelte dei figli. Se mamma e papà non hanno fatto il classico – ci dicono le statistiche – difficilmente iscriveranno il figlio a quel liceo.
Non è solo un fatto di “spendibilità”, ma anche di confronto e di insicurezza. Aiutare un figlio che studia al classico, vuol dire ( a meno che il ragazzo sia tra i pochi che ce la fanno da soli ) investire in ripetizioni, per un risultato sicuramente potenziale ma non “sicuro”.

Lanciare il cuore oltre l’ostacolo e scegliere per i figli una scuola “più difficile” e che, quindi, insegna di più, vuol dire sapere che quella stessa scuola non chiederà di più solo ai ragazzi, ma anche a mamma e papà.
È una scelta che molti genitori non si sentono di fare. A questo si somma la sensazione che, se il figlio si appassionasse alle “materie di indirizzo”, come la filosofia, le lettere antiche, la storia, sarebbe destinato ad una scelta lavorativa di serie B, in un mondo che premia la competenza scientifica e sottovaluta e deprime quella umanistica.

Se il discorso di Condello sembra quindi corretto in termini teorici, sembra fare poco i conti con i parametri della società attuale, all’interno della quale molte famiglie sentono di non potersi permettere una scelta di investimento, e non di ritorno immediato. Alla riflessione del professore universitario – che giustamente insiste molto sul blocco sociale che comporta la distanza tra le classi popolari e l’ex ceto medio dal liceo classico – bisognerebbe quindi accostare buone pratiche che evitino che il coraggio debba sempre essere solo quello dei genitori.

La diminuzione delle iscrizioni al liceo classico è la fotografia di una società che non investe e che non riconosce le competenze dei suoi figli, a meno che non siano “spendibili” ( economicamente o mediaticamente). Se i licei classici non vogliono scomparire, devono trovare il modo per aiutare le famiglie ad uscire dall’idea che lo studio e la formazione globale siano un privilegio dei ricchi.

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2 pensieri su “Il Liceo classico è ancora la migliore scuola per i nostri figli?

  1. Daggo Roschi

    There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy. – Hamlet (1.5.167-8), Hamlet to Horatio.
    Imparare a programmare non significa imparare a scrivere codici, ma capire i fondamenti che stanno dietro ad un linguaggio formale e le tecniche per imparare ad apprendere linguaggi.
    Imparare la meccanica non insegna solo il saper valutare la forza di un motore, ma capire la natura profonda del principio di relatività.
    La matematica non è far di conto, ma approcciare in materia logica i problemi.
    Quanta saggezza, e quanti infiniti esempi, si celano nelle parole di quel figlio delle lettere che è Amleto.
    Regalando la scienza regaliamo quel poco che abbiamo che vada oltre la nostra umanità, chiedetevi in quale altro modo sia possibile fare altrettanto e quale sia l’istruzione migliore per arrivare a dare così tanto, poi rispondete: il Liceo Classico è mai stata la miglior scuola per i nostri figli?