A noi vivi di Robert A. Heinlein – recensione

La Leggivendola

Per quel poco che ne so, Robert A. Heinlein è uno dei padri della fantascienza moderna. Nato nel Missouri nel 1907, ha scritto decine di romanzi tra letteratura di genere – riuscendo a scalare le classifiche negli anni ’60 – e per ragazzi. Ha vinto il premio Hugo con Starship Troopers (1959), da cui è stata tratta l’omonima pellicola del 1997.
A noi vivi è il suo primo romanzo, scritto tra il 1938 e il 1939, ed è stato pubblicato soltanto postumo, in quanto ritenuto a lungo inadatto alla pubblicazione, edito in Italia da Mondadori (2005) nella traduzione di Silvia Castoldi.

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Potrei capirne le ragioni anche se non avessi letto la prefazione di Spider Robinson; A noi vivi ha una trama semplice, per nulla complicata da problematiche che non siano immediatamente risolvibili e volte a proseguire col vero scopo del romanzo; quello che Heinlein voleva ottenere era soprattutto un misto di studi economici e sociali, rivolgendosi con tono esortativo ai suoi lettori attraverso l’esperienza di un loro contemporaneo.
Il protagonista, Perry Nelson, è un ufficiale di marina che si ritrova catapultato nel 2086, in un’America utopica e futurista, in cui tutte le convenzioni sociali del ‘900 vengono stravolte da un velocissimo progresso.
Il suo salto nel tempo lo fa finire dritto nelle braccia di Diana, una giovane che lo “adotta”, prendendosi cura di lui durante la convalescenza, e con cui Perry instaura una relazione che passa in breve tempo dall’amicizia al romanticismo.
Perry è inizialmente spaesato, ma ci mette poco a riaversi; e subito inizia la sua istruzione sul contesto in cui è finito. Attraverso l’educazione di Perry, sempre più specifica, veniamo a conoscenza delle guerre che hanno distrutto l’Europa, del processo che ha portato gli Stati Uniti a diventare un’utopia politica e sociale. Un mondo in cui i rapporti tra le persone sono regolati da una totale libertà di obblighi degli uni verso gli altri, da una politica economica che prevede che nessuno possa vivere in povertà, o obbligato a lavorare per mantenersi, – per quello ci sono le macchine – in cui la criminalità è un’estrema eccezione e le pene previste dalla legge sono, fino a un certo punto, a discrezione del condannato.
Perry è una persona affamata di sapere, che ha bisogno di capire il mondo in cui si trova e deve evolvere per poterlo abitare pienamente. Attraverso la sua ricerca di risposte, Heinlein ci racconta la sua idea del mondo, un mondo utopico ma forse, nel piccolo, raggiungibile.
La trama, come dicevo, è estremamente semplice e lineare. Perry arriva e inizia il suo processo di apprendimento, cui fa da sfondo la sua storia con Diana. I personaggi sono caratterizzati senza troppo impegno, ma non sono scialbi. Semplicemente non è quello il punto del romanzo. Il protagonista passerà attraverso varie esperienze che lo porteranno ad approfondire nuovi aspetto del nuovo assetto mondiale, compresa una complicata lezione di economia corredata da esercizi, – lo ammetto, ne ho saltata una buona parte.

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A noi vivi
è un romanzo atipico, perfino per essere di fantascienza, che mescola alla narrazione una saggistica futuristica supportata da reali teorie economiche e scientifiche. Per questo aspetto, sono riuscita a trovarlo a tratti davvero appassionante, per la creatività con cui Heinlein ha immaginato un mondo così diverso e puntigliosamente fondato. Mi ha stupita che non avesse previsto lo sbarco sulla Luna pochi decenni più tardi; mi ha fatto quasi tenerezza pensare a come debba essere stato per lui assistervi, nel 1969. Se c’è qualcuno che deve viverlo, è così giusto che sia lui.

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