I robot di Čapek e quelli di Asimov

Stefano Spataro

I veri amanti della fantascienza lo sanno: il termine robot deriva dal ceco robota, lavoro pesante, che a sua volta deriva dallo slavo antico che significava servitù. Niente di anglofono o americano, quindi, ma anzi una parola che proviene dall’altra parte della cortina di ferro. Il significato moderno del termine si deve infatti al drammaturgo ceco Karel Čapek e alla sua opera teatrale R.U.R. Rossum’s Universal Robots, del 1920. La messinscena è ambientata nella fabbrica fondata dal dottor Rossum, in cui vengono progettate e costruite macchine dall’aspetto umano. Attraverso i dialoghi tra i vari personaggi emergono già le caratteristiche tipiche del genere che vede come protagonisti i robot: l’utopia di un futuro in cui l’uomo sarà libero dal lavoro perché questo sarà automatizzato, la ribellione delle macchine, le domande circa l’esistenza della loro anima, la responsabilità umana in un eventuale decadimento della società.

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Ora, è un caso che uno dei più grandi esponenti del genere che riguarda i robot sia di origini sovietiche, o comunque est-europee? Parlo ovviamente di Isaac Asimov, che con il suo Io, robot ha senza dubbio impresso nell’immaginario mondiale una certa idea della macchina autonoma e delle conseguenze del suo rapporto con l’essere umano.

Nella nostra testa l’immagine classica che si forma di un robot è quella di un uomo metallico, magari con difficoltà di deambulazione e un po’ ottuso nel rispondere alle domande o nell’eseguire gli ordini. Insomma, io mi immagino sempre un Terminator per come appare alla fine del primo film della saga. Tuttavia i primi robot, quelli immaginati da Čapek, sono fatti di materiale organico, del tutto simili a noi umani. Non a caso il sottotitolo dell’edizione italiana del 1995 del dramma è azzeccatissimo: Da dove nacque la progenie del Cyborg. Infatti i robot di Čapek assomigliano più a dei Frankenstein artificiali che a delle macchine dal cervello computerizzato. Parlando della genialità del creatore dei robot, Domin, il direttore della fabbrica afferma: “Avrebbe potuto creare una medusa con il cervello di Socrate, o un verme lungo cinquanta metri. Ma essendo privo d’umorismo, si mise in testa di creare un normalissimo vertebrato, possibilmente un essere umano. E così lo fece”.

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Non è un caso quindi che nel dramma teatrale troviamo una visione più romantica e umana, con una Helena Glory che lotta per i “diritti” dei robot, per la loro emancipazione, contro un direttore di fabbrica accecato dai vantaggi del lavoro a basso costo e da un’utopia piuttosto disturbata di una umanità che in futuro non avrà alcun bisogno di lavorare. Alla signorina Glory che le dice che il miglior lavoratore è quello che lavora sodo ed è onesto, Domin risponde: “No, il miglior lavoratore è quello più economico: quello che ha il minor numero di bisogni”.

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I robot di Asimov invece risentono delle contemporanee scoperte fatte in ambito informatico (si pensi alla notevole creazione della macchina di Turing, base del moderno computer) e ai notevoli passi in avanti fatti in ambito neo-positivistico relativamente alla questione della formalizzazione matematica e logica, che coinvolgevano pesantemente concetti filosofici fondamentali come quello di “decisione”, “volontà”, “responsabilità”. Le sue tre leggi della robotica sono la chiara espressione di queste passioni scientifiche asimoviane. Esse, insieme all’idea di un cervello positronico che riesca a gestire un corpo artificiale, sono un incredibile escamotage narrativo per poter raccontare la complessità del rapporto uomo-macchina e le sue conseguenze.

Non saprei dire se la visione di Asimov, forse più matura e complessa, sia migliore in qualche maniera di quella del drammaturgo ceco. In entrambe le opere esiste una bellezza intrinseca e un discorso filosofico che porta il lettore a riflettere, prima e soprattutto sulla condizione umana e sul rapporto con qualcosa di diverso da sé, come qualsiasi buona opera di fantascienza dovrebbe essere in grado di fare.

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