Nightbird di Lucia Patrizi – recensione

La Leggivendola

Nightbird di Lucia Patrizi, una delle ultime uscite Acheron Books. Una ghost-story ambientata a Roma con ispirazioni lovecraftiane, a sentirne parlare mi aveva incuriosita parecchio.
Roma è quella dei giorni nostri, e noi la viviamo attraverso gli occhi di Irene, una ragazza che abita nel retro dell’agenzia in cui lavora, vive in sella a una bici e, volente o nolente, riesce a comunicare coi fantasmi.

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Non è una capacità che ha scelto, e pur avendola accettata, la vive più come una maledizione che come un dono. I morti la cercano, e di solito se ne vanno quando riescono a raccontarle qualcosa di loro. Hanno bisogno di essere visti e capiti, come se fosse parte integrante della loro ricerca di pace.
Anche Giada è un fantasma, e le volteggia sempre accanto, impegnandola in una costante conversazione che separa l’altra dal mondo. Una nuvola di sangue la segue sempre, le ferite eternamente aperte, esposte. Giada non è un fantasma come gli altri; fino a poco prima della sua morte era stata l’amante di Irene, il suo primo e unico amore.

Castel Santangelo in Rome

Non uso il termine “amante” a sproposito, o perché la sessualità dei personaggi sia determinante per la definizione in sé; non avrei avuto problemi a definire Giada la “fidanzata”, la “compagna” o la “ragazza” di Irene, se questi termini fossero stati adatti a definire la loro relazione. Ma Irene era giovane, poco più che ventenne, e viveva coi genitori in un contesto amorevole ma chiuso, stretto di pressioni famigliari derivanti soprattutto dalla madre. La Roma bene, quella dell’apparenza e degli orecchini d’oro più spessi la domenica. Ho reso l’idea?
Irene sente il suo rapporto con Giada come un errore, come una ferita inferta alla famiglia, e lo nasconde con un senso di colpa da relazione illecita che può descriversi solo definendo chi ne fa parte come “amanti”.


Mi dilungo con la spiegazione del loro rapporto perché è tutt’altro che secondario all’interno della trama. Mentre vede i fantasmi e li aiuta a sparire, mentre combatte i mostri che hanno viaggiato fino a noi approfittando delle spaccature tra un mondo e l’altro, Irene ci racconta di come ha conosciuto Giada, delle loro prime gite in bici, dei loro litigi, dell’inizio travagliato della loro storia.
Trovo un unico problema nella preponderanza del rapporto tra Irene e Giada; il fatto che sia così totalizzante che Giada diventa un’interlocutrice quasi esclusiva, e i rapporti con gli altri personaggi vengono solo vagamente spiegati; le interazioni coi datori di lavoro e padroni di casa di Irene – nonché amici – sono poche, e quelle col contatto che porterà Irene ad affrontare una creatura di immani potenza e brama di sangue, Germano, sono striminzite.
Il modo in cui Irene interagisce col suo potere e il funzionamento della condizione dei defunti sono aspetti ben spiegati e raccontati. Ho apprezzato molto che l’uso eccessivo del suo “potere” avesse delle ripercussioni, anche pesanti, e il modo in cui queste venissero riportate con coerenza in ogni punto della trama. Sarebbe facile, trattandosi di una ghost-story, limitarsi a situazioni che si spiegano da sole, affidandosi alla volontà del lettore di fidarsi della storia. Non è questo il caso.
Mi spiace solo, com’era successo con La ballata di Black Tom, di non essere una fan di Lovecraft; avrei potuto cogliere riferimenti e citazioni, e a un romanzo che già di per sé mi è piaciuto parecchio, si sarebbe potuto aggiungere il legame affettivo col vecchio Howard.
Ma pure a prescindere da siffatte pignolerie, io Nightbird lo consiglio.

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