Il nostro presente non è il futuro di Orwell ma quello previsto da P. K. Dick

Penne Matte

articolo pubblicato scritto da Andrea Daniele Signorelli per Wired.it col titolo “Altro che 1984, viviamo nel mondo di Philip Dick”

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Una cosa è certa: il mondo in cui viviamo assomiglia sempre più a un’opera distopica. Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, e se non bastasse è riuscito nell’impresa grazie al supporto di un gruppo di attivisti – noti come alt-right – che sono una via di mezzo tra dei nerd e dei nazisti; i troll russi minacciano le nostre democrazie agendo sui social network, aziende private dal fatturato che supera quello di una piccola nazione raccolgono una quantità incredibile di dati privati sulle nostre vite e il timore che la nostra diventi la società della sorveglianza di massa continua a farsi largo.

Non c’è da stupirsi, allora, che in seguito all’elezione di Trump il capolavoro distopico per definizione, 1984 di George Orwell, sia schizzato in cima alle classifiche dei libri più acquistati su Amazon; facendo riscoprire a tanti il bispensiero che caratterizza la società del Grande Fratello e che rende possibile credere sia in un’idea (o un fatto) sia nel suo opposto. Qualcosa che ricorda da vicino non solo i concetti di fake news e post-verità (parola dell’anno per Oxford Dictionaries), ma soprattutto i fatti alternativi teorizzati dalla consigliera di Trump, Kellyanne Conway.

Se non bastasse, in 1984 si racconta di guerre senza fine in cui però il nemico continua a cambiare (una situazione non troppo dissimile dal caos geopolitico in cui siamo impantanati ormai da due decenni); mentre il Grande fratello che tutto osserva e controlla rievoca per definizione i già citati timori sulla sorveglianza di massa resa possibile da dispositivi tecnologici che ci seguono ovunque. Infine, anche la neolingua usata nel mondo di 1984, e creata appositamente per impedire il pensiero critico, si può forzatamente ricollegare alla semplificazione estrema del linguaggio da social, fatto più di emoji che di parole.

Stiamo quindi vivendo nel mondo di 1984? In verità, no. Come scrive Charles McGrath sul New York Times, “il sistema politico di 1984 è una versione esagerata del comunismo anticapitalista dell’epoca staliniana e la filosofia di Trump è quanto di più distante possa esserci. […] Inoltre, Orwell non aveva grande intuito per il futuro, che nella sua mente era più che altro una diversa versione del presente. La sua Londra immaginaria è una trasposizione ancora più cupa di quella in cui lui viveva. L’unica vera innovazione tecnologia presente in 1984 è lo schermo a due vie”, che guardiamo, ma che ci guarda anche.

Nel dibattito seguito al boom di vendite del capolavoro di Orwell, tanti hanno fatto notare come ci fosse un’altra distopia classica in grado di raffigurare con più precisione la nostra società, senza bisogno di scomodare dittature in stile Germania dell’Est che non rappresentano certo l’Occidente di oggi: Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932 da Aldous Huxley e di quasi due decenni precedente al capolavoro di Orwell.

Quello disegnato da Huxley è un mondo in cui non c’è bisogno della dittatura per tenere a bada le persone; è invece molto più utile dare loro tutto quello che vogliono: “Devi insegnare alla gente ad amare la loro servitù”, disse lo stesso Huxley rispondendo a una lettera di Orwell (che del primo era stato alunno). Che bisogno c’è di opprimere i cittadini se puoi soggiogarli dando loro tutto quello che vogliono: intrattenimento costante, consumismo sfrenato, droghe che ti fanno sentire bene anche quando bene non stai e altre forme di piacere superficiale che conducono inevitabilmente alla noncuranza e alla placidità? Simbolo di questa società è la droga chiamata Soma, una versione migliorata del Valium o degli altri comuni antidepressivi, con un pizzico di psichedelia.

Le intuizioni di Huxley sono valse il plauso del sociologo Neil Postman, che nel suo classico degli anni Ottanta Divertirsi da morire sottolineava gli aspetti che rendevano Il mondo nuovo superiore a 1984. Postman, in un passaggio ripreso da Dario De Marco su Prismo, scriveva: “La gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare. Orwell temeva che i libri sarebbero stati banditi; Huxley non che i libri fossero vietati, ma che non ci fosse più nessuno desideroso di leggerli. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privato delle informazioni; Huxley quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazione e bambinate”.

Eppure, gli ultimi sviluppi della nostra società iper-tecnologica, soprattutto quelli legati all’avanzare delle intelligenze artificiali e dei (ro)bot, fanno pensare che ci sia un altro gigante della distopia e della fantascienza rimasto fino a questo momento escluso dal dibattito: Philip K. Dick. Il geniale autore di Ubik e La svastica sul Sole che nei suoi romanzi disegna un mondo in cui – come si legge sulla Boston Review – “il falso e il reale si fondono assieme”.

Nei libri di Dick il falso e il reale si contagiano, rendendo estremamente difficile distinguere l’uno dall’altro. L’esempio più noto – ma non per forza il più significativo – è ovviamente quello dei replicanti de Ma gli androidi sognano pecore elettriche? che ha ispirato Blade Runner. Non è l’unico caso: ne Le tre stimmate di Palmer Eldritch, una droga (il Chew-Z) rende impossibile capire se ci si trovi nel mondo reale o in uno stato di fantasia allucinatoria, mentre ne La svastica sul Sole è addirittura tutto il mondo occidentale a essere falso, appositamente ricreato come tale per ingannare (e tenere buoni) i suoi abitanti.

Non siamo ancora giunti a questo punto; eppure la fusione tra reale e finzione, e la sempre maggiore difficoltà nel distinguerle, è qualcosa che anche la nostra società conosce fin troppo bene. Basti pensare a tutto il dibattito sulle fake news (notizie finte che continuano a essere considerate vere da molti anche quando viene dimostrata la loro falsità) o alla proliferazione di bot automatici che su Twitter e non solo si fingono umani per ingannare, manipolare e truffare gli utenti veri (ci è cascato anche Donald Trump).

Andando oltre, l’intelligenza artificiale e i progressi della robotica sembrano in grado di creare un mondo in cui sarà sempre più difficile distinguere chi è umano e chi è robot, in cui androidi molto evoluti come Sophia conquistano la cittadinanza e altri come Erica si occupano di accudire gli anziani. Infine, algoritmi come quelli progettati dalla startup canadese Lyrebird sono già oggi in grado di imitare la voce di qualunque persona, sincronizzare le parole con il labiale e creare video assolutamente verosimili in cui una personalità come Barack Obama dice cose che in realtà non ha mai detto.

Allo stesso modo, un algoritmo creato da un utente di Reddit, noto come Deepfake, permette di creare video in cui il volto di chiunque può essere sostituito. Il primo utilizzo di questo strumento è stata la diffusione di porno in cui le attrici avevano il viso di celebrità come Gal Gadot, la protagonista di Wonder Woman; ma se sono bastate le fake news per scatenare il panico, cosa succederà quando questa tecnologia verrà usata a fini elettorali e in rete circoleranno video finti in cui politici veri vengono piazzati nelle situazioni più imbarazzanti o dicono cose che non hanno mai nemmeno pensato? Il rischio, come ha scritto Pietro Minto su Il Tascabile, è di trovarci di fronte al “collasso della realtà”, in cui nessuno distingue più il vero dal falso e in cui le persone non sanno più a cosa credere; probabilmente lo scenario più dickiano che ci si possa immaginare.

D’altra parte, lo stesso Dick ha teorizzato nel 1977 la possibilità che anche il mondo in cui viviamo sia finto, che sia una realtà programmata al computer. Possiamo davvero derubricare queste teorie come il delirio di una mente tanto geniale quanto instabile (e vittima di pessime abitudine alcoliche), adesso che un concetto molto simile è stato diffuso da un filosofo in vista come Nick Bostrom (secondo cui è estremamente probabile che il nostro mondo sia una simulazione) e apertamente sostenuto da personalità del calibro di Elon Musk?

Un mondo in cui le bugie sono fatti alternativi, in cui le fake news vengono prese per vere anche dopo che è stata dimostrata la loro falsità, in cui finti utenti di Twitter manipolati dalla Russia interagiscono con il presidente degli Stati Uniti, in cui i robot ottengono la cittadinanza e video finti di personalità vere aumentano a dismisura la confusione è sicuramente un mondo di cui Philip Dick avrebbe potuto scrivere.

Le finte realtà creeranno finti esseri umani”, ha detto Dick. Se davvero viviamo nella distopia immaginata dallo scrittore, sarà il caso di prestare attenzione a queste parole.

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