Grandi storie d’amore (che però sono tutt’altro)

La Leggivendola

Il mese scorso c’è stato San Valentino, e per qualche giorno i social network sono stati invasi in percentuale variabile da cuoricini e frasi d’amore pescate da infiniti luoghi e da lunghi post di malsopportazione per le già citate smancerie. Personalmente non provo alcun fastidio verso le manifestazioni d’affetto, siano pure pacchiane e di cattivo gusto. Anzi, un lato positivo del San Valentino sui social sta nella prodigalità con cui gli utenti postano poesie d’amore; è grazie ai miei contatti che ho recentemente scoperto quanto io possa gradire una poesia di Alda Merini o di Charles Bukowski, di tanto in tanto.

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Quello che mi perplime vedere in corrispondenza con quella che dovrebbe essere la festa degli innamorati sono le citazioni di romanzi che, secondo me, non hanno granché a che fare con l’amore.
Partiamo dal caso più eclatante, Romeo e Giulietta. Non sono finiti benissimo; a guardare la trama, più che di una storia d’amore pare che Shakespeare volesse raccontare le follie sanguicide di una faida famigliare di lunga data. Quale sarà mai stato il rapporto tra i due disgraziati? La loro conoscenza non è durata che pochi giorni, e non hanno passate insieme che poche ore. Per tragico che sia, è davvero così da celebrare?

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Ben più emblematico il caso di Lolita di Vladimir Nabokov (1955), in cui la narrazione compete al professor Humbert Humbert, innamorato della giovanissima figlia della sua padrona di casa, – o meglio, della sua giovane età e di tutto quello che simboleggia. È un romanzo che, mio malgrado, ho piantato a metà perché lo trovavo troppo disturbante. Leggerò altro, di Nabokov, o forse lo riprenderò in mano, prima o poi. Quello che è certo è che non lo leggerò come una storia d’amore, come mi è capitato di vederlo etichettato.

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Un altro romanzo che viene talvolta osannato come un grande romanzo d’amore è Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (1924). L’ossessione che Gatsby prova per Daisy gli impedisce di vederla e accettarla come persona; Daisy è una creatura quasi stilnovista, la forma bellissima di un idolo. Il feticcio cui Gatsby si è aggrappato durante la guerra, una spinta motivazionale di cui vorrebbe agguantare l’origine, ma troppo lontana dall’essere una persona reale perché quello che hanno possa essere definito amore.

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Lo stesso può dirsi per Cime tempestose di Emily Bronte (1847), in cui un narratore interno al romanzo ma esterno alla vicenda racconta le travagliate vicende di Catherine e Heatcliff, che per tutta la vita hanno continuato a ferirsi a vicenda.
Si fa un gran parlare anche dell’idilliaco amore del narratore senza nome e Nasten’ka in Le notti bianche di Fjedor Dostoevskij (1848), ma i due non passano insieme che quattro serate, alla fine delle quali la donna rivelerà la fragilità dei sogni del protagonista tornando dal precedente amante.
Pochi mesi fa ho letto Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos (1778). Laddove mi aspettavo di trovare una storia intrisa di cinismo, ho trovato una delicatissima capacità di intessere una trama complessa di sentimenti espressi e repressi, contorsionismi emotivi che meriterebbero un maggiore riverbero nelle discussioni sulla letteratura incentrata sul sentire umano.

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Sono le scelte editoriali, la lettura del pubblico più ampio, il punto di vista della critica a decidere la memoria e l’immagine che resteranno di un romanzo, e se la visione destinata a prevalere sarà quella di una grande storia d’amore, laddove un tragico epilogo o le difficoltà della situazione donano l’immortalità a coppie legate da sentimenti non molto sani, o poco augurabili, – e qui ribadisco l’immenso disturbo nel veder definito romantico ciò che Humbert Humbert provava per Lolita.
(Poiché siamo nel 2018, mi risparmio di citare la serie delle 50 Sfumature. Ci sono dei limiti a tutto).

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