Apostrofo d’autore: insegna Dino Buzzati

Marina

Anche se l’apostrofo viene insegnato sin dai primi anni di scuola elementare, spesso lo vediamo usato in modo sbagliato, forse anche per il fatto che alcune regole sono rimaste a lungo incerte. Il primo testo a stampa in cui compare un apostrofo è l’edizione delle poesie di Petrarca pubblicata a Venezia nel 1501 da Aldo Manuzio, uno dei più importanti tipografi della storia, a cui l’aveva suggerito il letterato Pietro Bembo. Si diffonde poi rapidamente e nel Settecento, quando si comincia a discutere sulla sua applicazione e a provare a stabilire delle norme, tra varie difficoltà.

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Per rendere più piacevole un elenco di regole altrimenti noioso quale migliore esempio della scrittura di Dino Buzzati, con un libro il cui titolo, Un amore, può essere anche un promemoria? Regola fondamentale, infatti, è che l’articolo un vuole l’apostrofo solo quando è seguito da una parola femminile.

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Gli esempi che seguono sono quindi tratti dal libro scritto da Buzzati e pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nel 1963. Famoso anche per la bellissima ambientazione nella Milano degli anni ’60, questo romanzo racconta di Antonio Dorigo, architetto e scenografo che si innamora perdutamente della giovanissima Laide, conosciuta in una casa di appuntamenti.

Dino Buzzati

L’apostrofo segnala innanzi tutto un’elisione, cioè la caduta della vocale finale di una parola davanti a un’altra parola che a sua volta inizia con una vocale. Fenomeno fonetico caratteristico del parlato, quando si scrive è bene usarlo con attenzione. In genere vanno dunque apostrofati gli articoli determinativi lo o la, soli o uniti a una preposizione, e l’indeterminativo una, con i relativi derivati nessuna, alcuna ecc.

Un mattino del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.

«L’ultima volta, si ricorda? …insomma quella stoffa per essere sincero non mi finiva di piacere, vorrei…».

Di fronte alla donna non era più l’artista ormai quasi celebre, citato internazionalmente, il geniale scenografo, la personalità invidiata, l’uomo immediatamente simpatico, lui stesso si meravigliava di riuscire simpatico così quasi subito ma con le donne era tutto diverso, egli diventava uno qualunque, scostante perfino, se ne era accorto un’infinità di volte…

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Gli articoli possono comunque mantenere la forma intera, soprattutto se si trovano davanti a un nome proprio, a un titolo di opera o altro.

Dorigo sapeva che la Ermelina, per mascherare il suo lavoro di ruffiana, diceva di tenere una boutique.

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Al singolare maschile in genere si elidono solamente alcuni aggettivi, come bello, buono, bravo, grande.

Era un bell’appartamento in fondo a via Vincenzo Monti, vicino alla Fiera, era un appartamento allegro con un grande soggiorno e una scala interna che conduceva di sopra alle camere da letto.

Non vanno mai elisi gli articoli plurali gli e le.

…meglio così comunque piuttosto che le disgustose commedie di certe prostitute convinte che in amore tutti gli uomini senza distinzione debbano essere completamente cretini.

Non si elide neppure da, salvo in alcune forme come d’ora in poi e d’altro canto ed è meglio evitare l’elisione dei pronomi lo e la, a parte casi di cacofonia  (l’ho).

Per quanto riguarda di c’è abbastanza libertà. Nella citazione che segue, per esempio, è usato sia con l’apostrofo che senza.

… la mamma a casa malata forse di un male orrendo quei dolori nelle parti basse tutte le sere tutte le sere e intorno i profili a picco neri delle mura con quel riflesso che mandavano su di lei quel nero d’ombra…

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Non vanno mai apostrofati tal e qual.

«Di’, a proposito, ma a Modena non c’è quel tuo cugino?»

«Sì, ma è un tal noioso.»

Quando l’apostrofo segnala un’elisione, va sempre unito sia alla parola che precede sia a quella che segue e non deve mai trovarsi a fine riga.

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L’apostrofo viene usato, inoltre, per segnalare un troncamento, cioè la caduta di un’intera sillaba finale. In questo caso dal punto di vista grafico va unito alla parola che precede e separato da uno spazio da quella successiva. Esempi tipici sono l’espressione po’ e gli imperativi di’, da’, fa’, to’ e ve’.

E lei pensava, si capiva benissimo che pensava a qualcosa non riguardante lui Antonio, pensava a chissà quali pasticci per rimediare un po’ di soldi.

Lui: «Di’, come ti chiami? Laide? Senti una cosa. Cavami una curiosità. Per caso, abiti in corso Garibaldi?».

«Fa’ presto però, senò mi prendo una multa».

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L’apostrofo, poi, può segnalare un’aferesi, cioè la caduta di una vocale o di una sillaba iniziale. In questo caso va unito alla parola che segue e separato da uno spazio da quella che precede. Questo succede per lo più in alcuni testi letterari, soprattutto se antichi o di poesia, oppure quando si vuole riprodurre la lingua parlata (‘sto libro).

Infine, l’apostrofo viene usato in alcune date in forma abbreviata (anni ‘40, il ‘700), anche se è comunque possibile scrivere il numero in lettere (vedi l’articolo), e nel secondo elemento delle date scritte con i trattini (la guerra del 1915-’18).

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Per concludere ecco un passaggio del libro che nulla ha a che vedere con le regole grammaticali, ma è comunque un esempio di scrittura bella, nella forma e nella sostanza. Il primo passo per imparare le regole della scrittura è sempre e comunque leggere e rileggere. E ancora leggere.

Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi a un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un gradino, a un interno di una chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto. Un segreto molto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.

 

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