Spazi urbani e fantascienza, da Metropolis a Black Mirror

Penne Matte

Articolo di Lorenzo Fantoni per Wired.it

La fantascienza è quasi sempre un esercizio retorico in cui immaginiamo un futuro in cui accentuare fino all’estremo determinati comportamenti dell’essere umano oggi, un modo per tendere a un domani migliore o ammonirci da ciò che potrebbe succedere. Una delle cose più interessanti della fantascienza è senza dubbio il modo in cui viene immaginata la città del futuro, perché immaginare uno spazio urbano vuole anche dire immaginare chi ci abita.

Nei secoli passati il futuro era dominato da una visione positivista, un mondo in cui la guerra non esisteva e le disuguaglianze sociali erano state eliminate. A dominare questa visione era l’auto volante, o il taxi dirigibile. Immaginavamo persino enormi cupole che avrebbero riparato le città dalla pioggia, case su rotaie che potevano essere portate al mare in caso di villeggiatura. Qualcuno immaginava anche un sistema cinematografico in cui proiettavi l’immagine sul muro di casa tua e ascoltavi al telefono l’attore che parlava, una sorta di televisione ante litteram.

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Poi arrivò Metropolis e le cose iniziarono a cambiare. Il potentissimo film di Fritz Lang ha per anni rappresentato il punto di svolta di un nuovo modo di intendere la fantascienza, che iniziava piano piano a mostrare il suo volto meno positivo e più ammonitore. Con i suoi palazzi altissimi e le sue linee razionali la città di Metropolis rappresenta una sorta di template, uno schema a cui rifarsi per le città del futuro, ovviamente non mancano neppure le auto volanti.

Il concetto di città del futuro raggiunge il suo punto più alto con Trantor, la città immaginata da Asimov per il suo Ciclo della Fondazione negli anni ‘50, una megalopoli che occupa un intero pianeta, come sarà poi Coruscant in Star Wars, e in cui molte culture vivono fianco a fianco, chiuse nei loro distretti e quasi mai a contatto con la superficie, protette da enormi cupole che simulano l’alternanza tra giorno e notte. In questi anni i film di fantascienza tendono a occuparsi poco del futuro e molto degli alieni, che altro non sono che i russi sotto mentite spoglie.

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Facendo qualche passo avanti ci troviamo nel mezzo a tutto il filone della fantascienza anni ’60 e ‘70 in cui, vuoi per la corsa allo Spazio, vuoi per la paura della guerra nucleare globale, ci sono due correnti che tengono particolarmente banco: un’espansione dell’uomo sulla Luna e su altri pianeti. Questo tendenzialmente porta o verso il racconto post-apocalittico, che poi esploderà dopo il primo film dedicato a Mad Max nel ’79 o verso le stelle.

Ecco dunque città sotterranee o protette da grandi cupole su altri pianeti e che spesso sono in lotta tra di loro per le risorse, in una sorta di eterno ritorno delle guerre coloniali. Pensiamo ad esempio a La Luna è una severa maestra di Heinlein che mette in scena una guerra indipendentista lunare sulla falsariga dei quella americana. Concetto che poi verrà ripreso anche in una famosa opera che parla di conflitti spaziali: Mobile Suit Gundam.

Qualche passo avanti e ci troviamo alle soglie del cyberpunk, ovvero una delle più influenti correnti narrative degli ultimi anni, che dopo aver esaurito la sua forza narrativa alla fine degli anni ’90 è tornata prepotentemente di moda nell’ultimo periodo perché improvvisamente ci siamo accorti che alcune parti del cyberpunk le stiamo vivendo oggi.

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Elemento fondamentale del cyberpunk è senza dubbio la città, che è una versione moderna di quella vista in Metropolis aggiornata secondo il gusto urbanistico degli anni ‘ 80 e ’90. William Gibson, Philip K. Dick e loro compari ci parlano di enormi palazzi con gigantesche insegne al neon che rendono Times Square una lucina notturna per bambini, una forte divisione classista in cui i ricchi stanno in alto e i poveri nei bassifondi. Sono città spesso dominate dall’oscurità, di cieli che hanno il colore della televisione sintonizzata su un canale morto, di criminalità incontrollata, in cui ci si muove il più possibile con auto a guida autonoma, dove le abitazioni sono piccolissime, la cultura è un grande mix e lo spazio è un lusso. Sono anche gli anni in cui si diffonde un termine per indicare quelle enormi periferie che lentamente connettono tra di loro le città. Zone prive di identità che col tempo diventano malfamate: gli Sprawl.

Sono la versione moderna della città pianeta di Asimov in cui l’architettura, la scienza e il benessere hanno lasciato il posto alla crisi abitativa e alla sovrappopolazione. In questo scenario alla Blade Runner regna praticamente sovrano, comq quello della Neo Tokyo di Akira o la città di Ghost in the Shell,  un panorama che per anni abbiamo immaginato e che rivediamo negli skyline di Hong Kong e Dubai. Tanto che se oggi vediamo le mega torri di Altered Carbon non ci stupiamo più di tanto.

Nel frattempo però ha lentamente iniziato a farsi strada un’altra idea di fantascienza, una corrente più minimalista che inevitabilmente si è resa conto di due cose: che il futuro lo stiamo vivendo e che le cose che immaginiamo sono spesso distanti, inutili e irrealizzabili, come la famigerata auto volante.

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È un percorso che è iniziato verso la fine degli anni ’90, proprio mentre Matrix faceva esplodere la moda dei cappotti lunghi di pelle. Un processo iniziato forse con Gattaca e proseguito con Equilibrium. Allo sporco delle metropoli di Blade Runner questi film contrapponevano una civiltà asettica, ai limiti del minimalismo. Non è un caso che questi film siano anche dominati dal controllo totale in stile Grande Fratello: l’ordine di questi luoghi è l’ordine imposto a chi vi abita, mentre nel cyberpunk il caso regna sovrano e l’ordine, che sono le multinazionali e i ricchi, si occupano solo di vivere lontani dai poveri. Da una parte abbiamo il totalitarismo, dall’altra il capitalismo.

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La mescolanza tra queste due influenze ha dato origine agli scenari che oggi vediamo in Black Mirror, una serie che è sempre meno fantascienza e sempre più documentario. Qua gli scenari non sono quasi mai quelli di un’urbanizzazione sporca e soffocante, ma tendono spesso ai toni semplici di un catalogo Ikea. Sono luoghi che parlano di una umanità che ha sostituto il cyberspazio di Gibson con i social network sui telefoni. Persone che escono poco di casa, perché ordinano tutto da un’app, che non sogna più le megalopoli, perché vive di lavori che spesso non se le possono permettere. Sono ambientazioni spesso casalinghe e quasi asettiche che ricordano Gattaca, ma che mescolano uomo, virtualità, connessione, identità e tecnologia in piena tradizione cyberpunk.

Sono gli spazi che viviamo oggi. La domanda però è “riusciremo a immaginare una città del futuro che sia qualcosa che non abbiamo già visto?”

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