Tra narrativa e architettura, l’impalcatura della storia

La Leggivendola

Studio per il corso di editing, e più studio, più mi interrogo. A voler essere del tutto sincera, mi interrogo pure quando leggo cose lontanissime dallo studio. E a quel punto quello che mi chiedo è proprio cosa mi abbia portata a interrogarmi su quanto mi sto interrogando.
Arzigogolato, lo so. La narrazione è una questione complicata.
Stamattina leggevo un libro in cui a un certo punto tre personaggi principali si trovano bloccati in una chiesa. Non vi dico il titolo, né come ci siano arrivati e perché. Sta di fatto che si trovano lì, circondati da una massa furiosa di persone le quali, se dovessero scoprire la reale identità di uno dei protagonisti, assai plausibilmente finirebbero per linciarlo.
Che succede a quel punto? Gli altri personaggi scelgono proprio quel momento per interrogare il terzo su un argomento particolarmente spinoso sul quale questo non aveva alcuna intenzione di sbottonarsi, usando come leva la candida minaccia di rivelare la sua identità alla folla rabbiosa.

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Tutto liscio, no?
Beh, sì. È questo il punto: la creazione di una situazione credibile per far sì che intercorra un flusso di informazioni da un personaggio reso riluttante dalla situazione e i personaggi che intendono ottenere le informazioni. Un’esigenza narrativa che trova una risposta giusta e misurata grazie all’attento lavoro del narratore. Un’ottima scelta che mi ha portata ad alzare gli occhi dal libro e a pensare “Beh, sì, ben fatto, Autore”.
Che questo abbia disturbato la lettura, ecco, questo è un altro discorso. È uno dei malanni dello studiare editing.

Quando mi figuro l’atto del raccontare una storia, mi immagino sempre un edificio. Non importa come sia fatto, a quale stile architettonico appartenga, non è una metafora così elaborata. Ma dentro la storia giace il suo scheletro profondo, l’impalcatura, un intreccio privo di fronzoli fatto soltanto di quello che dovrà succedere, spogliato di tutto il resto. Da A a B, da B a C. Il come verrà poi, ma non per questo riveste una minore importanza.
Il “come” deve nasconderla, quell’impalcatura. Deve celarti la bruttura dei suoi tubi di metallo rugginoso, le assi di legno muffite, la volgarità di un personaggio che senza alcun motivo segue il percorso stabilito dal bisogno di trama.

È così che giudico un romanzo che non si preoccupa di nascondere le ragioni profonde che lo muovono, le motivazioni sottese ai movimenti dei personaggi. Volgare. L’autore avrà ben bisogno che X raggiunga il luogo Y perché possa incontrarsi col personaggio Z; magari si tratta dell’incontro che farà da motore al romanzo, ma proprio per la centralità dell’incontro ai fini della trama, mi verrà da storcere il naso se quanto porta i due personaggi nello stesso luogo dovesse rivelarsi una coincidenza implausibile, frutto di una fortuna sfacciata e con le impronte digitali dell’autore in vista.
Le storie non sono matematica, non ci sono valori specifici e prescrizioni unanimamente esatte. Certamente l’accettabilità di una scelta narrativa forzata dipende dal tono del romanzo, dall’effettivo grado di improbabilità della situazione, dal numero di ripetizioni di una data coincidenza e dal peso della coincidenza stessa.

Ma tornando all’esempio con cui avevo iniziato a chiacchierare, ecco, putiamo caso che il personaggio riluttante abbia elargito informazioni ad altri personaggi senza nulla che lo motivi, senza leve né ricatti. Tutto un altro effetto rispetto a una situazione casuale attentamente ricamata attorno, vero?

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