Altered Carbon di Richard Morgan – recensione

Alberto Grandi

articolo pubblicato su Wired.it

Siamo nel XXV secolo e la memoria può essere archiviata per poi venire riversata in un nuovo corpo, chiamato custodia, che può essere biologico o sintetico. Non siamo ancora in grado di viaggiare a velocità luce, ma abbiamo colonizzato vari pianeti e i sistemi di connessione permettono a chi è sulla Terra di comandare corpi che si trovano dall’altra parte dell’universo. Ovviamente le auto volano e le mappe sono tridimensionali.
Fin da subito, il romanzo di Richard Morgan ci precipita in uno scenario che mescola tecnologie care alla vecchia fantascienza ad altre che ricordano il cyberpunk e nonostante la sovrabbondanza di mirabilia ed effetti speciali la storia crea un universo stupefacente e credibile allo stesso tempo.

Ovviamente la prospettiva con cui l’autore gioca è quella di chi è morto per rinascere, ovvero delle memorie continuamente immagazzinate e riversate in nuove custodie. Una prospettiva che fa venire le vertigini a noi lettori consapevoli di avere una sola vita (e una sola morte).
Questa possibilità di reincarnarsi senza meriti, questa sorta di Buddismo al contrario che permette una rigenerazione al di là del bene e del male, naturalmente, costituisce anche il nucleo etico del romanzo. C’è una storia nella storia che rende ancor più evidente le contraddizioni etiche alla base della tecnologia della ricustodia: una donna cattolica morta e immagazzinata, contraria per motivi religiosi a farsi riversare in un nuovo corpo, potrebbe costituire una testimonianza chiave in un caso di assassinio.

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Se per quanto riguarda le tecnologie e l’ambientazione suggestiva, Morgan si rifà ad autori come Philip K. Dick e William Gibson, la trama e lo stile sono debitori del genere hard boiled. La vicenda, infatti, parte con la morte di Laurens Bancroft, archiviata come suicidio dalla polizia. Bancroft, che dopo morto è stato riversato in una nuova custodia nega che possa essersi suicidato, ma dato che all’appello dei ricordi mancano le sue ultime ore di vita, chiama a indagare Takeshi Kovacs, un ex militare scaricato nel corpo di un ex poliziotto.

Confusi? Tranquilli, il romanzo di Morgan è di quelli in cui ci si perde dentro senza porsi troppe domande sull’evolversi della trama, fiduciosi, complice una prosa spedita, che tutti i nodi alla fine verranno al pettine. Ed è così. Il romanzo, tradotto da Vittorio Curtoni, era giunto nelle librerie italiane nel 2004 per le edizioni Nord – la prima edizione inglese è del 2002 – col titolo Bay City ed era il primo di una trilogia (Angeli spezzati e Il ritorno delle furie i sequel) che aveva per protagonista Takeshi Kovacs. Scritto quando il Web non era ancora 2.0 risente dei tempi. Per dire, siamo in un futuro che ricorda più la Los Angeles sovraccarica di architetture e multiculturale di Blade Runner, che in quello minimalista, ridotto a moduli abitativi essenziali e dominato dal software di certe puntate di Black Mirror. Ma questo suo aspetto retrò non disinnesca le suggestioni tecnologiche proposte dalla trama.

Oggi Bay City torna per TEA col titolo del suo riadattamento a serie tv su Netflix. Dalle recensioni che ho letto, la serie tv delude. Un motivo in più per non rovinarsi la sorpresa e leggere questo romanzo, uno dei migliori della fantascienza del nuovo millennio.

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