Come facciamo a capire se la nostra storia funziona?

LaLeggy

Ultimamente mi porto sempre dietro un paio di quaderni degli appunti. Uno semplice, in cui mi segno le idee per gli articoli, una variegata lista di argomenti divisi punto per punto, con qualche sporadica cancellazione. Molti finisco per cestinarli in quanto poco interessanti, ma rimangono lì, intonsi, in attesa di essere completati con l’accostamento ad altri temi. Non si può mai dire.
L’altro quaderno mi è stato regalato poche settimane fa da un paio di amiche ed è a tema potteriano – ovviamente. Lì ci appunto tutte le idee che mi vengono per romanzi e racconti, che siano brevi scene o l’intera trama riassunta in un paio di righe. Ci tengo a sottolineare che mi è stato donato soltanto di recente, ma un paio di pagine sono già partite. Chissà quante idee avrei finito per dimenticare, non fosse stato per il quaderno.

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Effettivamente mi stava capitando proprio l’altra sera. Passeggiavo per strada insieme a una manciata di amici, facevamo ritorno da una libreria dell’usato e uno in particolare stava bullandosi soddisfatto di un acquisto più che degno di nota. Una raccolta di racconti horror risalente agli anni ’70, con una cover raffigurante la lotta tra due esseri demoniaci non meglio identificati, le cui braccia eccessivamente nerborute stringono – male – armi improbe. Ed ecco, chiacchieravamo di questa cover imbarazzante – niente da dire sull’antologia, comparivano pure Poe e Lansdale – quando mi ha folgorata un’orrenda illuminazione.

No, non una storia. La perdita di una storia. Una trama semplice per un racconto breve, che mi era saltata in testa la mattina stessa mentre passeggiavo in solitaria su quelle stesse strade. Uno di quei piccoli guizzi di creatività con cui ti crogioli per una mezzora, non di più, perché non vuoi guastarla prima di aver messo le mani sulla tastiera. Un’idea semplice ma perfetta, che tuttavia, mentre tornavo a casa con gli amici, mi rendo conto di aver totalmente dimenticato.
Tutto bene, c’è un lieto fine: appena tornata a casa mi sono sforzata di farmela tornare in mente e me la sono appuntata prontamente. Ora riposa felice tra le pagine del Sacro Quaderno.

E di che mi lamento, allora?
Ecco, non è che io voglia lamentarmi, tutt’altro. Ma penso alla differenza tra la prima idea, che a pensare di perderla mi gelavano le vene, e un’altra idea. Un’idea che, senza troppi fronzoli, potrei definire “meh”. Sta a poche righe di distanza dall’altra, eppure diamine, com’è diversa.
Ma semplifichiamoci la vita, chiamiamole Idea Buona e Idea Mediocre.
E poi complichiamoci di nuovo la vita e poniamoci la domanda fondamentale: come si fa a distinguerle? Come facciamo capire se un’idea merita di essere sviluppata o se non vada semplicemente cestinata?

È una domanda che mi sono appuntata sul quaderno per gli articoli – assai meno sacro – almeno un paio di settimane fa, e non è che ne abbia tirato fuori chissà quale risposta. Se esistesse un metodo chiaro, semplice e universale per distinguere idee buone e idee pessime, la vita dello scrittore sarebbe un sacco più facile, gli scaffali delle librerie sarebbero mezzi vuoti e non avremmo timore della cantonata ogni volta che ci avviciniamo a un libro come lettori. Il problema è che una risposta universale è impossibile, un po’ per una questione di gusti e un po’, lo dico perfettamente consapevole di quanto questo sia fonte di una mia personalissima riflessione, perché qualsiasi idea può essere trattata in modo da diventare interessante, spostando l’angolo della prospettiva e giocando abilmente con lo stile.

Riflettendo su Idea Buona e Idea Mediocre, però, sono arrivata a una mezza conclusione.
L’idea buona è quella di cui non parli troppo per paura di rovinarla, anche se ti verrebbe da urlarla ai quattro venti perché diamine, è veramente una cosa ganza e vorresti condividerla con chi è in grado di apprezzarla. E sai pure che sarà impegnativa e le prime stesure saranno pessime, ma non vedi comunque l’ora di iniziare a lavorarci, col lettore già in testa.

L’idea mediocre è quella che ti divertiresti un po’ a scrivere, che magari ti strapperebbe qualche sorriso, ma che non hai alcuna voglia di andare a raccontare in giro. È quella che tieni da parte per quando non hai nulla da scrivere. È l’idea “ok” per i concorsi in cui non credi, per il pomeriggio libero in cui magari puoi metterti a fare pratica.

Non è detto che non possa migliorare; magari basta, come dicevo poc’anzi, un sottile spostamento di prospettiva, o un deciso cambio di stile. Forse diventerà grandiosa quando l’avrai accostata a un pezzo mancante di cui non ti eri accorto.
Nel frattempo sta bene dove sta, in alto nella seconda pagina del Sacro Quaderno delle Idee. Che comunque vedrò bene di portarmi dietro anche oggi.

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