Cosa fa di uno scrittore uno scrittore?

La Leggivendola

Premetto fin da subito che no, non ho una definizione precisa, neanche vagheggiata. Credo che una risposta non esista nemmeno, o che ne esistano nello stesso numero in cui ci sono persone che si pongono la domanda. Ognuno con la sua tesi, più o meno dimostrabile, eventualmente pronto a brandirla come una comoda sicurezza.
Un tempo credevo di avere una risposta, quando mi trovavo nel mio periodo snob-editoriale. Lo scrittore è quello che si ricava da vivere con la scrittura, punto. Chiaro. Sciapo. Incompleto. Perché per dire, come li chiamiamo quelli che pubblicano ma coi diritti ricavano appena i fondi per una gita fuori porta a Bassano del Grappa senza considerare il casello in autostrada? O di quelli che pubblicano senza un editore alle spalle ma magari un po’ di soldi riescono a farseli, pur mancando del riconoscimento che solo il marchio editoriale può dare, tipo Gran Biscotto? O di quelli che sono stati pubblicati solo post-mortem? Voglio dire, Kafka sarà bene uno scrittore, no?

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Accetto dunque la sconfitta, cosa faccia di uno scrittore uno scrittore non lo so dire neanch’io. Men che meno. Una lista di elementi che considero importanti, tuttavia, ce l’ho in testa da un po’, e mi si arricchisce col passare del tempo.
Il primo aspetto è la considerazione dell’interlocutore, che nel caso specifico sarebbe il lettore. Tra gli aspiranti autori ci sono genti agghindate di talento che non scrivono che per se stesse, almeno a loro dire. Che non cercano un canale di comunicazione attraverso il quale far passare delle storie, ma un imbuto in cui ficcare le loro fantasticherie. La differenza è enorme. Quel momento in cui cerchi di infiltrarti nel racconto per arrivare al lettore, chiedendoti come sorprenderlo, sperando di fargli piacere… ecco, quello è per me un punto di non ritorno.

Il secondo è l’abbandono totale dell’autoindulgenza. Puoi aver passato anni a lavorare su una storia, a limarne trama e personaggi perché si avvicinassero il più possibile all’idea che ne avevi all’inizio. Puoi aver cancellato e riscritto le stesse frasi per ore e ore, concentrandoti tutto un pomeriggio su quel termine specifico che proprio non ti veniva, l’unico in grado di dare a tutto il discorso quella particolare sfumatura di significato. Ma magari la storia non ingrana, e tutto sommato non è neanche granché originale; la Mondadori ha appena pubblicato un romanzo orrendamente simile, che peraltro si preannuncia come flop; oppure eri una persona talmente diversa quando hai iniziato a lavorare alla storia, che manco la senti più tua, e continui a ristagnarci solo per ostinazione.
Ecco, in questi casi lo scrittore dovrebbe condannare come il più spietato dei boia. Taglia, uccide. Abbandona.

Lo scrittore, infine, è quello che legge; quello che magari il tempo per scrivere non riesce a trovarlo, ma una storia su cui lavora ce l’ha sempre in testa. Ci si arrovella, cambia i personaggi, li fa evolvere, sposta le situazioni. Si fa le tabelle, prende appunti. Quella volta ogni due settimane riesce a piazzarsi davanti al computer e sospira, già sente le scapole che protestano per le future ore di immobilità. Ma non si arrende. Si ferma, magari, ma dopo un po’ va avanti.

Che lo scrittore, secondo me, è quello che vive di parole.

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