Cyberpunk, steampunk, dieselpunk: affinità e divergenze

Stefano Spataro

Quando nel 1983 Bruce Bethke pubblicò il suo racconto Cyberpunk, il termine non tardò a fissarsi nell’immaginario collettivo come il nome più appropriato per quel sottogenere della fantascienza che univa nelle sue storie i moti di ribellione, individuali o sociali, dei loro protagonisti, a un immaginario cibernetico ben definito. Nel racconto di Bethke “cyberpunk” era l’etichetta per una nuova generazione di adolescenti coinvolti in alcuni crimini informatici. La stessa etichetta fu presto applicata ai lavori di autori come William Gibson, Bruce Sterling, Rudy Rucker, Michael Swanwick, Pat Cadigan, e molti altri che proprio in quel periodo iniziavano a diventare popolari.

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Nel cyberpunk classico i protagonisti sono individui solitari, ai confini della società. Si muovono generalmente in un futuro distopico, dove la vita di ogni giorno è fortemente condizionata dai cambiamenti repentini della tecnologia. Le città sono popolate da esseri dal corpo e dalla mente modificati, e in esse spesso è possibile, in ogni momento e in ogni luogo, accedere a un database di informazioni computerizzato. Negli anni il cyberpunk si è rivelato essere un genere di successo, poiché è riuscito a fidelizzare molti nuovi lettori e a fornire un tipo di scenario che i critici letterari postmoderni hanno trovato allettante per le nuove generazioni. Infatti il cyberpunk ha avuto senza dubbio il merito di aver svecchiato la fantascienza, rendendola più attraente e redditizia, anche per i media mainstream, come serie tv e cinema, e per le arti visive in generale.

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Un gran numero di sottogeneri letterari sono stati derivati dal cyberpunk in questi ultimi anni, pur non condividendo con la matrice originaria l’ambientazione tecnico-informatica tipica della fine del XX secolo. Il nucleo centrale dell’idea infatti resta quello di descrivere un mondo costruito su una determinata tecnologia estrapolata dal suo ambito e portata a un livello estremo. Inoltre c’è un’attenzione particolare all’ambientazione urbana e ai temi sociali: i protagonisti sono quasi sempre in opposizione con un sistema rigido; sono appunto i “punks”, la feccia, che fa un uso anticonvenzionale, illegale e talvolta amorale della scienza.

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Uno dei più conosciuti sottogeneri, lo steampunk, è stato definito anche come fantasy tecnologico. I romanzi che appartengono a questo genere mischiano infatti la fantascienza e la storia, spesso sfruttando ambientazioni dalle tinte magiche e soprannaturali. Una delle sue caratteristiche peculiari è quella di introdurre una tecnologia anacronistica all’interno di un’ambientazione storica, spesso l’Ottocento Vittoriano, ispirandosi senza troppi freni ai romanzi di Conan Doyle e H. G. Wells. In questa visione retrofuturista del mondo, la tecnologia sfrutta la forza motrice del vapore, mentre l’energia elettrica è un elemento meraviglioso, considerato dai personaggi vera e propria fantascienza. Di qui la speculazione ha avuto gioco facile. Cosa sarebbe successo se una progresso scientifico avesse preso una strada diversa o avesse avuto una precipitosa accelerazione?

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Il termine fu inventato nel 1987 per riferirsi ad alcuni romanzi di Tim Powers, James P. Blaylock e K.W. jeter, e si impose definitivamente nel 1990 quando due autorità del cyberpunk, Gibson e Sterling, si prestarono al sottogenere scrivendo a quattro mani il romanzo La macchina della realtà. Il merito però di aver diffuso il genere a livello mainstream è sicuramente di Alan Moore e Kevin O’Neill che con la loro miniserie a fumetti La lega degli straordinari gentlemen hanno fissato alcuni stilemi classici del genere. Il fenomeno ha creato anche una vasta comunità di fan che non si accontenta di leggere storie fantastiche, ma che cerca di adottare un’ estetica attraverso la moda, l’arredamento e persino la musica creando un vero e proprio movimento chiamato “neo-vittorianesimo”.

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Sulla falsa riga dello steampunk, in tempi più recenti si è imposto anche il dieselpunk, un sottogenere basato sull’estetica e la tecnologia che va dalla Prima Guerra Mondiale fino agli anni ’50 del Novecento. Lo stile combina le influenze artistiche del periodo, come le riviste pulp, i primi serial televisivi, i film noir, l’art deco, la propaganda militare e le pin-up, con uno sguardo alla tecnologia retrofuturistica e una sensibilità postmoderna affini a quelli dello steampunk. Il termine fu coniato nel 2001 da Lewis Pollak, per definire il gioco di ruolo da lui creato, Children of the Sun. Da allora il dieselpunk è cresciuto notevolmente all’interno di quella che è nota come speculative fiction, anche se in Italia è un sottogenere che non ha ancora attecchito, almeno dal punto di vista della narrativa. Basti pensare che romanzi di successo come Tales of the First Occult War di Kevin Cooney e Fiends of the Eastern Front di David Bishop, giusto per citarne un paio, sono ancora inediti nella nostra nazione. Anche in questo caso un’estetica particolare ha coinvolto diversi campi anche al di fuori della letteratura come quello della musica, delle arti visuali, del cinema e dei videogames, che, a differenza dei libri, hanno avuto modo di diffondersi più facilmente.

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