Ritmo, noia e voglia di saltar le pagine

LaLeggy

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Nelle ultime settimane a farmi compagnia c’è Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos, che taluni traducono con Le amicizie pericolose, dipende un po’ da come gli editori si svegliano al mattino. Il titolo originale, così che possiate decidere per conto vostro la versione che più vi aggrada, è Les liaisons dangereuses.
Tralasciando il fatto che si tratta di una lettura decisamente più interessante di quanto non mi aspettassi, c’è molto da chiacchierarne – infatti mi troverò a parlarne di nuovo nei prossimi giorni, in un prossimo articolo. In questa specifica puntata di Scribacchiolando, frattanto, mi piacerebbe soffermarmi su un lato particolare del romanzo di Laclos, cui non ho potuto fare a meno di fare caso. Non lo definirei un difetto né un problema, sono assai propensa a pensare che si tratti di un effetto spiacevole ma voluto.
E tuttavia.

Per chi non lo sapesse, di che parla Le relazioni pericolose? Ambientato nel cuore della nobiltà della Francia settecentesca, scritto da un insigne giacobino, siffatto caposaldo della letteratura francese narra delle trame sapientemente ordite da due personaggi libertini e licenziosi, il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil perché una donzella appena uscita dal collegio, la giovane Cécile, si disonori con un certo cavalier Danceny. Trattasi di un romanzo epistolare, in cui le lettere tra i vari personaggi si alternano, di modo che possiamo avvalerci di vari punti di vista, consci dei sotterfugi che i malvagi mettono in atto.

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Ora, dove si troverà mai quell’aspetto che ho trovato così fastidioso?
Nel ritmo, nell’equilibrio. Nella noia subitanea che mi prendeva – e continua a prendermi, che mi mancano ancora un centinaio di pagine alla fine – ogni volta che inizia una lettera scritta da Cécile o dal cavaliere Danceny.
Ogni volta che leggo l’intestazione mi sale dal cuore un “Oh, no, ancora?” sbuffato che mi riporta a ben altre letture. Per quanto siano lontani di genere, di contesto di produzione e stile narrativo, ecco, i capitoli del magico duo Cécile-Danceny mi hanno fatto pensare alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, oggi più noto come Game of Thrones. Nello specifico, ai capitoli di Bran e di Danaerys, che sì, magari alla regina dei draghi vogliamo anche bene e siamo interessati all’evolversi della sua carriera di sovrana, ma finché non arriva a Westeros, ecco, è difficile evitare di lavarsene le mani e passare oltre.

Il problema in esame, come si sarà già capito, è il calo dell’interesse quando il focus giunge su una determinata situazione o su un determinato personaggio. Leggere in cima alla pagina “Bran” mi fa venire voglia di saltare le pagine e siamo certi che un autore possa volere un effetto del genere? Se parliamo del caso di Laclos, è probabile che il fastidio trasmessoci dalle melensaggini di Cécile e Danceny sia volutissimo; sono personaggi sciocchi e superficiali, il loro legame stesso non può che essere sciocco e superficiale, e le loro comunicazioni sono un grumo di baci-bacini-bacetti. A leggerli vorresti solo che la situazione evolvesse in un post-apocalittico denso di zombie. Ma, come dicevo poc’anzi, l’effetto è voluto. È assai probabile che Laclos volesse trasmetterci la stessa noia provata dai malvagi Valmont-Marteuil quando si sono trovati al cospetto delle suddette lettere.
Ma Bran e Danaerys? Le loro vicende dovrebbero appassionarci, almeno credo. Dubito che Martin voglia trasmetterci quella polverosa voglia di passare avanti ogni volta che incontriamo due personaggi principali sul nostro cammino. Eppure.

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Facciamola breve: mantenere un livello costante di interesse e attenzione nel lettore non è affatto facile, neanche per un narratore esperto come Martin. Possono esserci balzi e lievi cali, ma le cadute, secondo il mio modesto parere, equivalgono a capitomboli. Non che non ne sia io per prima colpevole, lungi da me negare le infinite falle da scribacchiolante; la mia cartella dei racconti abbonda di scene che non potrei definire meno che soporifere. Magari per bisogno di spiegare nel dettaglio una data situazione, che tornerà utile in seguito; magari perché necessita di svolgersi un dialogo tra due personaggi non proprio scoppiettanti. Sono scene che capitano, e a volte la sonnolenza nel ritmo è inevitabile.

Ma quando si può evitare, meglio evitare.

Difficile farci caso, a volte. C’è sempre il pericolo di innamorarsi troppo della propria scrittura e dei propri personaggi per rendersene degnamente conto. Ma a volte non basta che una trama “funzioni” perché vada bene. Per quanto mi riguarda, lo sbadiglio del lettore è il fallimento dello scrittore.

A meno che non siano favole della buoanotte, ecco.

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