I morti viventi del Sudamerica più belli e tristi degli zombie americani

LaLeggy

Quando si parla di morti che ritornano, pensiamo tutti agli zombie. Non agli esseri barcollanti richiamati dai poteri di uno sciamano nella tradizione voodoo, né a quelle figure a metà tra spirito e vampiro che grandeggiavano nelle leggende dell’Est Europa, né a quelle figure mezze imparentate con gli Inferi del mondo classico.
La nostra idea di zombie viene da George Romero, alla sua serie dei Morti viventi, iniziata con Night of the Living Dead nel 1968. E ci sarebbe un sacco da dire anche solo sulla pellicola. Sul fatto che la spiegazione del fenomeno “zombie” sia appena accennata ma sicuramente di origine scientifica e non magica, sulla critica sociale ancora più evidente nel finale, sul budget risicatissimo che ha richiesto la collaborazione di amici e parenti del regista per il ruolo dei morti viventi. È un pezzo importante della storia del cinema e nella storia dell’horror, potremmo stare ore a parlarne.
E invece no.

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E invece no perché non è di quei morti che mi va di chiacchierare. Quelli li conosciamo fin troppo bene, sono ormai l’archetipo del defunto che ritorna. A me invece piacerebbe chiacchierare di un altro tipo di “ritornato”, un tipo che ho incontrato spesso negli ultimi tempi e che mi viene ormai da riconoscere come un archetipo regionale.
Il morto che ritorna nella letteratura latino-americana.
Va da sé che la cultura latino-americana vanta una vicinanza coi morti che noi ce la sogniamo. Per dire, noi il 2 novembre stiamo a letto fino a tardi, qualcuno andrà pure a fare visita ai propri cari al cimitero, ma non è quella che si dice una festa sentita. Pure Halloween è percepita come una festa per bambini, e quando ci si mette in testa di fare qualcosa, difficilmente si va oltre le zucche intagliate e un paio di parrucche smorte. E invece in Messico, PAM! Dia de los Muertos. Una festa indigena pre-colombiana che tutti oggi conosciamo per le immagini di belle ragazze truccate da scheletri.

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Ma non stavamo parlando di feste tradizionali; dicevo che per noi i morti sono zombie, creature dai mille spunti horror-cinematografici. Altrove, i morti che ritornano sono diversi. Immensamente vicini, estremamente simili, talvolta al punto di non essere del tutto distinguibili dai viventi.
Negli ultimi tempi ho riscoperto un forte gradimento per la letteratura latino-americana. Ho letto Gabriel Garcia Marquez, Mario Vargas Llosa, Roberto Arlt. Un paio di mattine fa terminavo – con entusiasmo – la lettura di Mapocho di Nona Fernàndez (Gran via, 2017), un romanzo cileno in cui i morti non solo tornano tra i vivi, ma non sempre sanno di essere morti, e si muovono inconsapevoli agendo attivamente su chi è rimasto. Il mondo dei vivi e quello dei morti si accavallano continuamente, la consapevolezza della morte va e viene, la membrana tra caldo e freddo è sottilissima e si può infrangere con un sospiro.
E mi sono accorta che non è la prima volta che incontro un romanzo in cui la concezione dei “ritornati” funziona così. C’è stato Purgatorio di Tomàs Eloy Martinez, (Sur, 2015) in cui una vedova incontra il marito desaparecido in un locale, a distanza di decenni dal loro ultimo incontro.
C’è stato Quando parlavamo con i morti di Mariana Enriquez (Caravan, 2014), in cui la comunicazione coi ritornati avviene sia per canali “tradizionali” come la tavoletta oujia, e poi prosegue con bambini scomparsi che rispuntano, ma con gli occhi diversi.
E Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez (Mondadori, 1968), in cui la morte non è neanche un problema, esiste e basta, e se qualcuno ha voglia di tornare a fare visita ai personaggi ancora vivi, che venga pure, si sieda, faccia compagnia come se nulla fosse. Tutto normale. Ci mancherebbe.

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Ripenso anche a Valeria Luiselli, al suo Carte false (La Nuova Frontiera, 2013) in cui passeggiava in mezzo alle tombe del cimitero di San Michele a Venezia, paragonando la lettura dei nomi sulle lapidi a quella dei nomi sui citofoni.
E qui è il punto in cui cerco di ricapitolare, di dare un senso alla lista di titoli e autori che ho gettato finora sul foglio bianco di word.
La cultura latino-americana presenta di per sé un legame differente rispetto al mondo dei morti rispetto a quello che possiamo vantare noi occidentali con la nostra fortissima tradizione cattolica. Ma forse non è solo l’influenza di secoli e secoli di cultura a incidere sul bisogno di raccontare i morti in questo modo.

Penso a tutte le guerre civili che hanno dilaniato le popolazioni dell’America Latina. Penso al golpe in Cile nel 1973, penso alla Guerra Sporca dell’Argentina nel 1974, alle dittature militari che si sono succedute in Venezuela fino al 1958 e a quelle in Perù.
Penso ai desaparecidos, ai miei nonni che saggiamente lasciano l’Argentina quando mia madre non ha ancora sei anni, per non metterci più piede. Penso a distese di cadaveri abbandonati e a inferni di bare vuote. A quanto sia difficile un lutto senza un corpo, a una speranza ancora più dolorosa della morte, che affronti immaginando un finale alternativo. Un ritorno.
Un ritorno che se per noi è fatto di putrefazione e cannibalismo, per chi attende speranzoso è gonfio di attesa e rimpianto.

I morti che ritornano nella letteratura latino-americana sono l’unguento con cui un’intera cultura cerca di ricucire ferite aperte, la terapia di un lutto incompleto, che tuttora lascia i suoi strascichi. E sì, finisce così questo articolo più triste del solito. Volevo dire la mia sulle motivazioni che secondo me stanno dietro a modi così diversi di intendere i morti che ritornano. E la cosa curiosa e un po’ triste è che dietro i morti che tornano a salutare calmi e dolci, senza alcuna brama di sangue, si nasconde un orrore che nessun film di zombie potrà mai trasmettere.

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