Blade Runner 2049, la recensione del film

Penne Matte

articolo di Gabriele Niola per Wired.it

La cosa più difficile per Blade Runner 2049 è liberarsi dello spettro di Blade Runner.
Prima di poter decollare davvero, questo film di due ore e mezza deve affrontare, combattere e liberarsi dell’idea di dover seguire per forza il capolavoro del 1982, con il quale ogni confronto è perso in partenza. Il film lo sa e nella prima parte fa un gran lavoro nel rimettere in scena quei luoghi e quelle scene, nel tirare fuori anche qualche personaggio dal dimenticatoio e nell’usare una colonna sonora elettronica davvero ottima. Poi, per fortuna, dimostra anche di saper essere altro, di poter essere ambientato in quel mondo collegato alla storia dell’originale ma rimanere fondamentalmente diverso e bello. A quel punto può diventare davvero un gran buon film e non limitarsi ad essere la copia di un film eccezionale.

C’è una nuova compagnia che occupa il palazzone della Tyrrell (ormai fallita) e che in qualche modo ne ha ripreso il lavoro, ci sono modelli di replicanti nuovi in giro e alcuni come sempre vanno “ritirati”, motivo per il quale esistono ancora i blade runner. Proprio nel ritirare uno di questi, nella prima scena, salta fuori qualcosa che può scombussolare l’equilibrio precario della società del 2049, un dettaglio che va indagato e che affonda le radici in quello che ha fatto la Tyrrell 30 anni prima.
Nonostante questi palesi legami con il passato, Denis Villeneuve (regista tra gli altri del fantastico Arrival, capolavoro vero della fantascienza dei nostri giorni) ha girato un film che si regge con le sue gambe e anzi, si permette il lusso di avere tutto un altro tono rispetto all’originale.

Ridley Scott infatti per il suo film non aveva preso solo lo spunto da Philip K. Dick ma lo aveva proprio girato cercando quello stato allucinato che si ritrova nelle sue pagine, quell’idea che la tecnologia provochi sconvolgimenti tali da mettere in questione l’identità e la vera natura delle persone, e che quest’incertezza sia vissuta, scoperta e indagata con un’ansia paranoica simile a quella indotta dalla droga. Non solo domandarsi “Chi sono?” ma essere terrorizzato dalla sensazione di non poter essere certo della risposta. In Blade Runner nulla era davvero chiaro, a partire dalle immagini, sempre illuminate per confondere, con luci che vanno e vengono e un costante disordine o densità umana a saturare lo sguardo e creare caos.
Denis Villeneuve invece si pone quasi le stesse domande (io come posso sapere davvero chi sono? E potrò mai esserne certo?) ma con una calma razionale, con una lucidità che ricorda decisamente di più i romanzi di Asimov. In Blade Runner 2049 addirittura anche i rapporti di forza tra le persone, gli obiettivi e gli ideali dei personaggi ricordano quelli che spesso animano le storie dello scrittore russo.

blade

Con una scena in cui si presenta qualcuno del passato che sembra avere la stessa sorpresa e potenza evocatrice dei ricordi materializzati di Solaris, alcune soluzioni di design e visive che vengono dal meraviglioso lavoro fatto su Tron Legacy, le statue giganti di A.I., una musica e alcuni elementi di arredo da 2001: Odissea Nello Spazio, Blade Runner è solo la più evidente delle moltissime ispirazioni storiche e moderne di questo compendio della fantascienza, che tocca i temi più cocenti con una trama giustamente complessa. Certo per spiegarla ci si abbandona spesso ai più squallidi monologhi e le soluzioni più basse e meno sofisticate (senza contare che tutta la caratterizzazione della nuova corporation è tagliata con l’accetta, inutilmente estrema e manichea), ma almeno connota il film come una vera e autentica indagine.

Senza fare modernariato tecnologico il film trova anche la maniera migliore di evolvere le tecnologie future del 1982, i comandi vocali e quella specie di strano analogico/digitale che regnava nel film di Scott. Addirittura riesce anche a creare un personaggio come non era pensabile una volta, un’assistente personale domestica sexy perchè costruita così ma anche sentimentale da affiancare a Ryan Gosling, come sempre compassato e privo di fretta o eccessivi timori, anche quando è ansioso di scoprire e conoscere, di sapere ciò che gli è stato nascosto.
Proprio per tutte queste differenze meraviglia che il film decolli nella sua seconda parte, quando abbandona Los Angeles e prevede una presenza più importante di Deckart e quindi di Harrison Ford.

Un gran colpo di coda scompiglierà le acque di nuovo rendendo per nulla chiara la natura di quel personaggio, se sia cioè umano o meno. Il film dà così tanti indizi e contemporaneamente è così vago che ognuno potrà pensare di aver inteso quel che preferisce o anche ammettere che non venga data una vera risposta univoca.
Tuttavia è proprio lì, quando Blade Runner 2049 incorpora il volto del film precedente, che riesce a diventare un’altra cosa, un film molto moderno nell’approccio alla Sci-Fi e in cui l’unico vero legame con l’originale sta in quanto un replicante possa avere rispetto di ciò che ha capito non riuscirà mai a raggiungere o possedere, eppure ha molto desiderato.

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