La letteratura distopica sacrificata alla propria simbologia

Penne Matte

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Con Internet e la convergenza di più piattaforme e mezzi espressivi, i romanzi sono – soprattutto quelli di genere – non più qualcosa che si legge e basta, ma che si clicca, si guarda, si riconosce anche attraverso simboli e immagini specifici.
Prendiamo Harry Potter. Ognuna delle quattro case in cui è diviso il collegio di Hogwarts ha un proprio simbolo specifico che si è sedimentato nell’immaginario dei lettori. Lo stesso collegio di Hogwarts ha un suo blasone. Questi segni sono andati oltre la pagina, diventando tratti riconoscibili dell’opera letteraria, ben più della trama.

Nella letteratura distopica il simbolismo è molto importante. Lo è perché, di solito, questi libri affrontano il tema della dittatura, della società fortemente gerarchizzata, di assetto piramidale. Una società in cui ciascuno deve avere ben presente che posto occupa e quali sono i limiti a cui è assoggettato. E i simboli aiutano. Aiutano anche i lettori e, alla fine, pure questa è una forma di dittatura o di organizzazione del pubblico. Una saga distopica è fatta di una trilogia e ogni capitolo ha un suo simbolo che lo distingue e collega a quello precedente. Hunger Games, Legend e Divergent ne sono la prova.

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La simbologia è un’arma del marketing editoriale. Se è ben fatta si moltiplica da sé, con la complicità di grafici, smanettoni, gente che non per professione, ma per diletto, attraverso i software di computer grafica si diverte a reinterpretare un logo, un’icona che nella sostanza rimane immutabile, nella forma e nello stile può essere personalizzata. In ogni caso, è un modo di segnalare attraverso i social media, insieme agli hashtag, che quel titolo è in arrivo, che il prequel è in libreria, il sequel è in fase di lancio eccetera.
L’autrice di Hunger Games ha voluto chiamare gli Stati Uniti nel suo romanzo Panem, dalla celebre locuzione Panem et Circenses citata dal poeta Giovenale quando si riferiva ai bisogni sostanziali della plebe. Pane e giochi. È quanto serve per accontentare il popolo. E alla fine, anche la sua saga è quanto serve a una casa editrice per appagare i lettori adolescenti: un eroe/eroina, una società semplificata, un insieme di simboli da rilanciare al momento dell’uscita dei titoli. La sto facendo troppo impegnativa?

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Può darsi, ma ammettiamo che siamo attratti anche da questo, quando compriamo un libro, dalla mole di suggestioni che precedono la lettura e a cui siamo bersagliati attraverso video su YouTube, gallery su Facebook, hashtag su Twitter, foto su Instagram, infografiche su Deviantart e Pinterest. Mi è capitato di comprare il primo capitolo di una saga perché sedotto dalle interpretazioni che altri utenti avevano fatto dei suoi simboli e dei suoi personaggi, e poi di esserne rimasto deluso, cominciata la lettura.

È un bel gioco quello dei simboli, ma allontana ulteriormente i lettori da ciò che dovrebbe essere l’oggetto del loro interesse: la lettura, appunto. Il ritmo, lo stile della prosa, la capacità, a prescindere dalla bellezza del marchio di fabbrica, di descrivere, coinvolgere, emozionare. Il disagio adolescenziale de Il giovane Holden, l’amarezza e il sarcasmo di Viaggio al termine della notte, il senso dell’ineluttabilità di Hemingway non possono essere iconicizzati.

Molta letteratura distopica, che si prefigge di criticare la dittatura attraverso romanzi che ne descrivono i danni, si fa manifesto della dittatura editoriale. Al servizio di chi ci impone titoli e bestseller.

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