Scribacchiolando, di snobismo e bellezza in letteratura

LaLeggy

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Non sono una persona snob. Posso essere tante cose brutte, un crogiolo di difetti e pregiudizi, ma con assoluta e orgogliosa certezza posso affermare di non essere snob. Tralasciando i vecchi tempi dell’autoaffermazione del sé, vivo con le gloriose convinzioni che:
Non è detto che ciò che non comprendo sia inutile.
Non è detto che ciò che non condivido sia stupido.
Quindi ecco, magari pecco di presunzione, ma lo snobismo sono ben lieta di essermelo lasciato alle spalle.

L’anti-snobismo lo applico pure alla letteratura e al mondo editoriale in generale, per quello che posso. Cerco di non giudicare automaticamente e di evitare quei preconcetti che ti si formano in testa quando sei bombardato da input di un certo tipo. Cerco di prendere quei preconcetti e analizzarli, dare loro un senso, capire se c’è qualcosa di plausibile o se si tratta di fanfaronate. Spesso c’è effettivamente del vero, ma non si può mai sapere.
Ma via, la sto prendendo troppo alla lontana. Non è neanche il concetto di snobismo il centro di questa puntata di Scribacchiolando.
Il punto è “ciò che è bello”. Ecco. Più o meno.

Tempo fa stavo discutendo di scrittura insieme a un amico che da un po’ ha iniziato a cimentarsi con la vituperante esperienza della creazione di manoscritti. E, ecco, ci eravamo imbattuti in una frase. Una frase corretta, esplicativa, sensata. Una frase che diceva esattamente quello che doveva dire e lo faceva rispettando le regole della grammatica italiana. Aveva un difetto, però, che secondo me era peggio di un errore ortografico.
Non era scorrevole né piacevole.

E lì mi è uscito un commento che spero di tenere sempre a mente sia mentre scrivo qualcosa di mio che quando mi troverò a rileggere i lavori degli altri: non deve essere corretto; deve essere bello.
E questo, secondo me, è inoppugnabile.
Tuttavia, ora entra in campo lo snobismo. Chi è che decide quando qualcosa è bello? Se un lettore incappasse nella stessa frase che ha visto dibattere me e il mio amico, e se non dovesse trovarla cacofonica, non potrebbe avere ragione lui? Dov’è il punto in cui il mio gusto e la mia sensibilità diventano più importanti?

Per dire, io ho un vezzo. Apprezzo il gusto colloquiale di un congiuntivo eluso, di tanto in tanto, per quanto possa far storcere il naso. A volte per me è meglio ciò che non è corretto rispetto a ciò che non è bello. Capite?
Per chiudere, che sarebbe il caso, che c’entra lo snobismo?
C’entra il fatto che la sensibilità non è una questione di studio o di grammatica; la sensibilità stilistico-letteraria ce l’hai o non ce l’hai, e già spiegarla è una prova di ineffabile difficoltà.

Snob forse è definire chi ha questa sensibilità e chi ne difetta.
Snob forse è tirarsi indietro dalla responsabilità di esprimersi su chi è in possesso di data sensibilità, perché il silenzio coincide col sottostimare la capacità altrui di accogliere le critiche.

Lo snobismo è un campo minato.

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