La colonna di Antanacara, un fantasy italiano alla Dungeons & Dragons

LaLeggy

Ordunque, La colonna di Antanacara – Avvento di Ronnie Pizzo e Nicolò Parolini, edito da Gainsworth Publishing nel 2014.
Di questo libro ho già chiacchierato, in termini abbastanza vaghi, in uno dei post della rubrica Scribacchiolando – alias Risposte a domande sulla scrittura che a nessuno verrebbe mai in mente di pormi – in quanto trattasi di un romanzo fantasy che, per varie ragioni, va a titillare i miei sensi di giocatrice di ruolo; sono diversi gli aspetti che mi hanno portata a fare il collegamento tra La colonna di Antanacara e – nella fattispecie – D&D.

Primi tra tutti l’attenzione al rispetto delle regole su cui si basa l’universo di Dungeons and Dragons – gli elfi e i nani che si guardano storto, i chierici che non possono usare armi da taglio e che indossano sempre un simbolo della loro divinità, la magia che viene studiata in modo quasi scientifico in un’apposita Accademia etc – e la ridanciana tracotanza che traspare dai dialoghi degli scapestrati che vanno a formare il gruppo degli Eroi. Sono cose che è difficile spiegare a chi non si è mai trovato a ingozzarsi di birra e patatine intorno a un tavolo, magari con gli occhi che iniziano a bruciare perché sei in piedi dalle sei e finché non arrivate al dungeon la sessione non finisce, ma sai che continuerete a fare tardi perché la scena in cui siete immersi merita il suo tempo, e qualche battuta ogni tanto continua a interrompere la giocata, anche se il master giura di farvela pagare se continuate e distrarvi.

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Ecco, quelle serate lì. Sono serate belle. Magari che io stia paragonando siffatto romanzo a un GDR a certi potrà sembrare una cosa negativa; io che adoro quel senso di cameratismo e tracotanza, di epicità e massacri, personalmente gradisco molto.
Qual è la storia, vi chiederete, visto che finora non ne ho fatto nemmanco cenno?
Tanto per cominciare sono tante le storie che si incrociano.

Ci sono i nostri Eroi, il classico “party” di masnadieri che tra loro in comune non hanno nulla, eppure ce li ritroviamo fin dall’inizio uniti come un’allegra e litigiosa famiglia. Il leader senza macchia, il guerriero Sadhyen; l’orgoglioso mago con la puzza sotto il naso, Mydion; il saggissimo chierico Akim e la violentissima nana guerriera Lyda – tanto per essere chiari, ella da brava tank è la mia preferita. Agire prima di parlare; prima si sfonda la porta, poi semmai si bussa. Rendimi fiera, Lyda. Il gruppo è stato mandato per conto dell’Imperatore a recuperare uno stolto e giovane nobile, il figlio di un duca che è stato catturato dall’ultimo focolaio di ribelli presenti ai limiti di un Regno appena ricostituito sotto l’egida di un sovrano parimenti giovane, ma decisamente più illuminato. E una missione che avrebbe dovuto essere appena più impegnativa di una scampagnata per siffatti famosi Eroi si rivela, sempre per via dell’idiozia del nobile virgulto, una questione assai più complessa; enormi bestie da combattere, individui bizzarri da liberare. Non entrerò nei particolari, per ovvie ragioni.

E oltre alle vicende degli Eroi seguiamo quelle di Isyl, una giovane orfana scelta per diventare Paladina del modestissimo villaggio di pescatori in cui ha sempre vissuto. Un’anima semplice, gentile e imbranata. Sarebbe perfetta per diventare Paladina, non fosse che le statistiche dell’imbranataggine sforano quel tot che… beh, lasciamo stare.
E ci sono altri due abitanti dello stesso villaggio, Jake – il figlio del capo, spiccio e volenteroso – e Seymour, il suo migliore amico, che passa le sue giornate tra gli obblighi di pesca e la capanna di un anziano burbero che, quando non lo manda a fare commissioni, gli insegna qualche trucchetto di magia.

Capita poi che un viaggiatore giunga al villaggio dei pescatori, cosa più unica che rara. Arriva ferito, a dorso di un cavallo.
E la storia va avanti, si snoda, si ingarbuglia. E visto che si tratta del primo volume di una vicenda ben più lunga, non è che si sia poi così vicini al momento in cui i nodi verranno al pettine.
Nel frattempo, io la consiglio. Non mi capita più così spesso di appassionarmi a un fantasy così classico; sarà, come dicevo, l’allegra tracotanza dei personaggi. Sarà che a tratti pare di essere con Lyda e gli altri a lanciare occhiatacce agli elfi e a sfondare porte.
(che comunque sono esperienze da fare almeno una volta nella vita).

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