Davide Ferracin: male assoluto e derive lovecraftiane

Stefano Spataro

Non passa di certo inosservato l’avatar di Davide Ferracin, autore di racconti presente nella nostra community, soprattutto per gli amanti del genere horror: il ritratto di un tipo distinto quanto inquietante, con degli strani tentacoli che gli fuoriescono dal collo, i pugni chiusi accostati a mostrare un tatoo sulle nocche che dice “LOVECRAFT”.
Ed è proprio al solitario scrittore di Providence, H.P. Lovecraft appunto, e al suo orrore cosmico, che questo autore si ispira per i suoi racconti. Ne prenderò qui in rassegna tre affinché anche voi possiate goderne.

La strega è un racconto horror-fantasy ambientato in un tempo non meglio definito, probabilmente uno scenario medievale. Da qualche tempo, nei pressi di un villaggio, è stata vista una vecchia donna seminuda aggirarsi prima di alcune misteriose sparizioni. Quattro abitanti, capitanati da un mercenario, “Il rosso”, si avventurano in una orrida palude al fine di trovare e sconfiggere la causa della maledizione che affligge la popolazione. La descrizione iniziale della palude e la narrazione degli eventi che si susseguono durante il tragitto fatto dai cinque temerari rendono bene il concetto di male assoluto personificato nella creatura mostruosa della strega, in un certo senso invincibile e dal quale, alla fine dei conti, è meglio fuggire.

Anche Mortem Timeo viaggia sullo stesso genere, anche se deve la sua originalità all’ambientazione storica durante l’Impero romano. Sulla via del ritorno da un campo di battaglia, un legionario ferito a morte riceve una proposta da Ade: la vita in cambio della sua fedeltà e del suo consenso a guidare un grande esercito – una sorta di patto col diavolo ante litteram. Quello che però il legionario non ha considerato è che la sua vita non sarà più la stessa e che per continuare a sopravvivere dovrà cibarsi di animali della sua stessa specie… lascio a voi intuire da che tipo di creature sarà poi costituito il suo esercito.

Ma l’opera migliore di questo autore, a mio modesto parere, è La città di basalto. Brevissimo e apocalittico racconto che ha il suo fulcro nell’apparizione di un suono misterioso proveniente dalle profondità oceaniche e nella conseguente emersione di un’isola irraggiungibile. Il protagonista della vicenda, che inizia a parlare nell’ultimissima parte del racconto, sembra davvero il protagonista di un racconto lovecraftiano. L’unico rimasto lucido durante la psicosi generale, trova l’unico conforto nel suicidio, proprio come il protagonista di Dagon. Anche dal punto di vista stilistico il “non mi avranno, non mi avranno” sembra riprendere l’invocazione finale del primo racconto del ciclo di Cthulhu: “la finestra, la finestra”. Per quanto derivativo ho trovato questo racconto davvero profondo nella sua semplicità, e ho interpretato i rimandi a Lovecraft più come un omaggio ad uno standard che un mero plagio.
Solo due consigli per l’autore: rivedere alcuni refusi (cose che possono sfuggire, nulla di grave) e fare un uso migliore dell’interruzione di paragrafo in modo da spezzare il tempo al fine di enfatizzare il ritmo della narrazione.

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