Com’è cambiata la spy story, intervista a Stefano Di Marino

Alberto Grandi

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Oggi siamo tutti un po’ 007. Possediamo smartphone in grado di fotografare e geolocalizzare. Tracciamo e siamo tracciabili. Possiamo scassinare sistemi di sicurezza in remoto con un computer. Ma non è sempre stato così.
C’è stato un tempo in cui la spy story era una forma narrativa (e cinematografica) che parlava di tecnologia ma anche di eleganza e, con James Bond, si faceva elogio della vita del single. Viaggi, belle donne, lusso. Al servizio di sua Maestà sì, ma sempre con stile.
La società liquida di oggi ha spiazzato un po’ tutti e le coordinate per scrivere una buona spy story non sono più così prevedibili.
Per chi si voglia cimentare nell’impresa, abbiamo posto alcune domande a uno scrittore di genere e che di spy story se ne intende: Stefano Di Marino che 22 anni fa ha arruolato su carta un agente segreto che lavora ancora oggi, in formato ebook. Parliamo di Chance Renard, meglio conosciuto come il Professionista le cui avventure – tra le ultime pubblicate La notte della mangusta e Attacco a Bassora – il suo autore ha firmato con lo pseudonimo di Stephen Gunn.

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il Professionista. Com’è cambiato il mondo dello spionaggio e dell’intelligence e, di riflesso, quello della spy story da allora?
Lo spionaggio narrativo (letterario ma anche cinematografico e fumettistico) è uno specchio deformante di quello reale. La cronaca e l’evoluzione geopolitica sono sempre importanti, quanto i ritrovati tecnici, ma il racconto resta sempre fiction che a volte s’intreccia con la realtà, e prende strade più avventurose. In realtà negli ultimi 17 anni lo scacchiere internazionale, e l’ambiente dell’Intelligence sono cambiati a grande velocità, per cui è veramente fondamentale tenersi aggiornati e capire quando è il caso di fare un cambio di direzione anche nei racconti.

Partiamo dalle armi: quanto è importante l’arsenale in dotazione di una spia? È doveroso, per un autore, aggiornarlo ai tempi presenti?

Fondamentalmente lo spionaggio narrativo (ma anche un po’ quello reale) è rimasto una questione di Hun Int (Human Intelligence) rispetto al Sat-Int (Satellite intelligence). Come diceva Graham Greene il fattore umano rimane sempre al centro della spy story. La percezione dell’analista, l’intuizione dell’agente posso essere supportate dalla tecnica ma restano al centro dell’azione. E se questo è vero nella realtà, nella fiction lo è anche di più perché, alla fine, si raccontano sempre storie di uomini e donne, con i loro punti di forza e le loro debolezze. Sulla pagina e sullo schermo la super tecnologia a tavolino risulta abbastanza noiosa, e a volte anche irrealistica perché non è sempre così facile né rapido eseguire certe operazioni.

Ci sono differenza nelle tecniche di difesa e attacco a mano nuda di oggi e di ieri? Come si sono evolute le arti marziali?
Le arti marziali sono sempre state un fattore di ‘colore’, caratterizzante il mondo della spy story narrativa. Erano una sorta di ‘gadget’ non elettronico o meccanico. In verità anche nella realtà, da sempre gli agenti operativi praticano forme di combattimento ibrido che mescolano varie tecniche, sono poco spettacolari e mirano a mettere fuori combattimento l’avversario nel minor tempo possibile. Non sono forme di sport. Nel cinema e nella narrativa si è un po’ tutto spettacolarizzato. Fondamentalmente si usa una forma  di corpo a corpo che racchiude alcuni elementi della Kickboxing ma soprattutto metodi studiati appositamente come il Kravmaga israeliano e lo Stenka russo che poi sono delle derivazioni del Jujitsu elaborato da Clarke in UK a partire da scuole giapponesi.

Chance Renard è un personaggio ben definito e con una sua biografia precisa. Parliamo appunto di longevità e biografia di personaggi fittizi: credi che oggi, in tempi di avatar, profili fake e identità virtuali, siano una carta che un autore deve sapersi giocare?
Da sempre direi. Di James Bond – grazie alle rivelazioni del suo autore, alle elaborazioni di altri appassionati in seguito e alla biografia di Pearson di 007, tanto per dire – conosciamo tutto, anche quello che non è narrato nei libri. Anche per il Professionista è così. Una solida base di vita ‘fittizia’ ma credibile prima dell’inizio della carriera letteraria è il fondamento della longevità del personaggio. Nel corso della serie poi i tempi si dilatano. Chance Renard, per esempio ha smesso di invecchiare a 50 anni, altrimenti non avrebbe potuto proseguire a vivere avventure spericolate. Ma ci sono degli episodi entrati nel mito (che costituisce la base per la fidelizzazione del personaggio trai lettori) che a volte ritornano e il lettore apprezza sempre.

I lettori di oggi sono più detective di quelli di ieri? Riformulo la domanda: internet e gli smartphone ci hanno reso più vicini a Chance Renard e a 007 di quanto lo fossero i tuoi primi lettori?
Purtroppo no. Il lettore di oggi avendo tutto a disposizione, molte volte è pigro. Una volta c’era il piacere di ricercare un luogo su una carta geografica, leggersi il retroscena di una storia su un giornale o su un libro. È vero che certi gadget del James Bond classico come la tipica macchina fotografica miniaturizzata oggi fanno un po’ ridere, così come internet ha reso molto più facili le comunicazioni. Ma il lettore raramente fa delle ricerche da solo. Preferisce che gli si spieghi la situazione in poche righe. Poi c’è la categoria di lettori che ti vogliono prendere in castagna, allora cercano il dato su internet e… apriti cielo se non corrisponde! Come se le notizie che girano su internet fossero oro colato. Ma è un’altra categoria.

Sei d’accordo che è soprattutto il nemico che fa l’eroe?
Fondamentalmente sì anche se un protagonista forte, facilmente accessibile al pubblico, così come i suoi comprimari, creano affezione e fidelizzazione. Però un nemico ben identificato, magari anche un po’ fuori dalle righe e non perfettamente realistico, è fondamentale.

Il Professionista è spesso ambientato in luoghi esotici: li hai vissuti per descriverli? Oggi, quanto internet e Google Maps possono essere surrogato del viaggio e dell’esperienza diretta per un autore?
Sono un viaggiatore. Lo sono stato moltissimo negli anni ’90 e posso dire che l’esperienza diretta dei luoghi, anche nella loro diversità, non potrà mai essere soppiantata da una mappa o da una guida. Poi si impara a descrivere e lo schema trova un po’ la sua conferma in ogni occasione. Il Professionista viveva un gran numero di avventure l’anno quindi per accontentare un po’ tutti dovevi variare moltissimo le ambientazioni. In alcuni luoghi sono stato e li conosco molto bene, per altri cerco di recuperare quante più immagini e informazioni mi è possibile. Generalmente però ciò avviene sui libri. Sono della vecchia scuola, devo guardare e riguardare le cose, sentire il profumo della carta. Sempre comunque l’esperienza diretta è insostituibile. Come diceva De Niro in Ronin: la mappa non è il territorio.

Un tempo lo stile e la vita da single erano tratti distintivi dell’eroe di una spy story, primo fra tutti James Bond. Oggi con la crisi, Zara e H&M che vestono mezzo mondo e una società sessualmente sempre più liquida, un’impostazione del genere è ancora attuale?
Nella fiction sicuramente. Il lettore vuole essere portato in mondi lontani e affascinanti, il protagonista deve avere il suo stile nei dettagli, anche quando indossa un giubbotto di pelle consunto e alloggia in un albergaccio. Fa parte della leggenda. In qualche modo il protagonista deve sempre distinguersi.

Tra Jason Bourne e 007 chi preferisci?
Sicuramente il James Bond originale, quello letterario che poi è molto simile a quello degli ultimi film con Craig. Jason Bourne mi piaceva moltissimo quello del Primo romanzo, Un nome senza volto. La trasposizione del film tv con Richard Chamberlain era la più fedele. Quello di Matt Damon ha i suoi pregi ma ormai ha esaurito (come tutti gli smemorati he alla fine ricordano) la sua carica. Poi, visivamente è troppo confuso, troppo videogioco. Soprattutto l’ultimo film non mi ha convinto

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