Una chiacchierata con Angelo Frascella, finalista al Premio Italia

Stefano Spataro

Angelo Frascella, tarantino esportato a Bologna, è un ingegnere elettronico col pallino della scrittura narrativa sin da quando era giovane. Ci confida che il suo primo tentativo è nato in seguito ad una chiacchierata con amici virtuali che avevano l’intenzione di fondare un piccolo gruppo online in cui condividere racconti. Nel 2013 vince il premio nazionale di letteratura fantascientifica Giulio Verne, col racconto Il paradosso di Alice, e quest’anno un suo racconto è stato segnalato nel premio Robot. È stato anche campione della Terza Era di Minuti contati.

Quest’anno Angelo è tra i finalisti del Premio Italia con il racconto Le mie bambole, pubblicato su NASF # 12 e leggibile integralmente sul nostro social e abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda.

Ho trovato il tuo racconto Le mie bambole, molto romantico, e per certi versi mi ha ricordato le atmosfere di alcuni romanzi di Clifford Simak (penso ad esempio all’uomo solitario che vive ne La casa dalle finestre nere), ma anche molti altri. Volevo chiederti se sei un consumatore di letteratura di genere, o anche non di genere, e, nel caso, quali sono i tuoi riferimenti nella scrittura.

Simak è un grande autore, ma quando ho avuto l’idea avevo in mente l’attesa di Giovanni Drogo, nel Deserto dei Tartari di Buzzati (almeno come spunto iniziale, visto la mia Nadia ha un destino diverso). Altri spunti sono arrivati dal Interstellar e dai Robot di Asimov.
Per quello che riguarda i miei riferimenti letterari in campo fantascientifico, mi sono appassionato al genere ai tempi del liceo leggendo Asimov (recentemente ho scritto un paio di racconti che sono un esplicito omaggio ai suoi robot) e Dick (del primo apprezzo la precisione delle trame, la capacità di distaccarsi dai canoni dell’epoca e la credibilità scientifica, del secondo la visionarietà). Da lì, sono partito a esplorare tanti altri autori (Adams, Clark, Silverberg, ecc).

Quindi, sì sono un lettore di fantascienza da una vita e non solo di quella classica o straniera. Ci tengo a dirlo, perché una delle difficoltà del genere in Italia è che molti di quelli che si dicono appassionati non vanno oltre le opere dell’epoca d’oro. È vero che alcuni autori contemporanei sono difficili per l’eccessiva attenzione al dettaglio scientifico (per esempio Greg Egan, che tra l’altro a me piace moltissimo), ma ce ne sono molti altri (per es. Paolo Bacigalupi e China Miéville) che potrebbero piacere persino a chi non ha mai letto Science Fiction. Ci sono tanti autori validi anche in Italia, lasciami citare, fra i tanti (ma non sono gli unici), almeno Alessandro Vietti, Andrea Viscusi e Dario Tonani, capaci di produrre opere che non imitano modelli stranieri, ma hanno una propria identità ben definita. Purtroppo sono sconosciuti ai più.
Allargando lo sguardo, fra i miei “modelli”, ci sono Borges, Calvino, Buzzati, parlando di classici, e Ammaniti, Lucarelli, Pennac, fra i contemporanei. Lasciami aggiungere che, come lettore e ancor più come scrittore (seppure per diletto), ritengo importante non fossilizzarmi su un solo genere e leggere di tutto, dai classici, che “non hanno mai finito di dire quello che hanno da dirci”, ai Best Seller, importanti per capire cosa cerca il pubblico… e se vi sembra che piacere al pubblico sia poco nobile, pensate che anche i vari Flaubert e Dickens scrivevano romanzi a puntate sui feuilleton.

Sei un ingegnere elettronico, quindi con la scienza ci convivi. Eppure questo tuo racconto non appartiene alla cosiddetta fantascienza “dura”. Quanto la tua visione del mondo personale influisce sulle tue scelte narrative? Hai altri racconti dove il lato scientifico è maggiormente approfondito?

Credo sia inevitabile che il modo in cui guardo la vita, influenzi i miei scritti, dato che mi sforzo sempre di scrivere in maniera “sincera”. Mi spiego meglio: la finzione è menzogna, eppure qualcosa di se stessi finisce inevitabilmente nelle nostre opere, anche quando ci poniamo solo l’obiettivo di intrattenere il lettore. Quando questa sincerità è assente, il lettore se ne accorge e ha l’impressione di trovarsi davanti a una scatola vuota, una sequenza di avvenimenti, magari orchestrata in modo ineccepibile, ma fredda e impersonale. Questo può accadere anche agli scrittori professionisti, quando devono comunque uscire con l’ennesima puntata di una serie di romanzi (o magari di fumetti) di cui sono ormai stufi, perché i lettori lo vogliono. Chi fa lo scrittore di professione deve mangiare e pagare le bollette: così, in quanto professionista, darà al pubblico l’ennesima puntata ricorrendo a tutti gli strumenti del mestiere, ma senza metterci l’anima. E il lettore, scontento si lamenterà lo stesso: “le vecchie storie erano più belle“. La libertà di scrivere solo ciò che piace, forse, è il vantaggio di essere scrittore “per diletto”. Ovviamente lo svantaggio è doverlo fare nei ritagli di tempo.

Ma sto divagando. Tornando alla tua domanda, pur apprezzando quella “hard”, il mio approccio alla fantascienza è intermedio. Molte idee mi vengono leggendo una notizia scientifica. Inoltre faccio delle ricerche, prima di iniziare a scrivere (e spesso da qui vengono ulteriori idee), cerco di evitare errori banali (come far comunicare in tempo reale due oggetti molto distanti nello spazio), ma cerco di non perdermi dei dettagli o di dilungarmi in spiegazioni. Per esempio, per scrivere questo racconto mi sono informato su come si svolga la vita degli astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (qualche dettaglio si intravede nella scena iniziale) e sui Wormhole, ma poi ho dato molto peso ad altri aspetti, più soft.

Parliamo del Premio Italia. Sei stato selezionato grazie alla pubblicazione, nel 2016, su NASF #12 per entrare a far parte dei finalisti di questo prestigioso premio. Quanto, secondo te, i premi letterari mantengono vivo l’interesse per gli autori (e per i lettori) di un determinato genere? E, ricollegandomi ad una discussione sul nostro forum sul premio di Pennematte Noi umani, è meglio una giuria popolare o tecnica?

Credo che i concorsi siano uno strumento molto utile per gli scrittori poco conosciuti, sia perché permettono di mettersi alla prova, sia perché, quando si riescono a vincere, fanno curriculum e fanno girare un po’ il proprio nome (la storia dell’autore che, senza essersi mai pubblicato nulla, manda il manoscritto, che ha nel cassetto, a un grande editore e vende milioni di copie è una favola). L’importante è non fare errori di superbia (“non ho vinto, quindi il concorso è truccato”).
Non so se sia meglio una giuria tecnica o una popolare. La prima dà la garanzia di un giudizio elaborato non sulla base dell’emotività, ma di un’analisi approfondita del testo (per quanto anche il “tecnico” sarà influenzato dai propri gusti). La seconda può premiare testi meno validi da un punto letterario e magari più “furbi”. Forse una giuria che metta insieme tecnici e lettori potrebbe rappresentare una giusta via di mezzo. Da questo punto di vista, il tentativo di Noi Umani era buono, ma si è scontrato con la difficoltà di coinvolgere i lettori puri (anche al premio Italia, quest’anno sembra abbia votato meno del 20% degli aventi diritto).

Attualmente stai lavorando a qualche nuova idea? Che possibilità abbiamo di vederla su Pennematte?

Credo sia arrivato per me il momento di scrivere un romanzo. Finora mi sono cimentato principalmente con i racconti e l’unico lavoro lungo che ho prodotto (tuttora inedito e in valutazione presso un editore) è una sorta di fix-up fra racconti (un po’ come la Fondazione di Asimov o i romanzi di David Mitchell). Ora voglio scriverne uno “vero” e non è detto che sia di fantascienza: al momento sto lavorando su un’idea per un thriller. Vediamo se ne verrà fuori qualcosa.
Per quello che riguarda Penne Matte, mi sembra un bel posto e, prima o poi, aggiungerò altre opere.

 

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