American Gods, dal romanzo alla serie tv

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articolo di Lorenza Negri su Wired.it

American Gods, adattamento per il piccolo schermo del romanzo cult di Neil Gaiman su Amazon Prime Video dal 1° maggio, prima ancora del suo debutto può già contare su una schiera di seguaci: gli estimatori di Gaiman (padre dei comics di Sandman), e quelli di Bryan Fuller (creatore della serie Hannibal). Insieme, infatti – il primo come produttore, il secondo come showrunner –, sono responsabili di questa vigorosa trasposizione. In American Gods, le divinità del Vecchio e del Nuovo mondo lottano per il favore dei mortali, per garantirsi la loro venerazione. Il misterioso e ammaliante Mr. Wednesday ingaggia un ex galeotto appena uscito di galera per farsi scarrozzare in un movimentato viaggio sulle polverose strade degli Stati Uniti. La loro missione, arruolare le antiche divinità per combattere le nuove, che stanno conquistando i cuori degli umani scalzando quelle più longeve. È l’inizio di una serie di incontri soprannaturali, bizzarri e violenti tra l’ignaro galeotto Shadow Moon e una galleria di pericolose divinità.

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La prima stagione è composta di otto episodi tra road movie, mitologico e horror, (“i quali coprono circa un quinto del romanzo”, ha rivelato l’interprete di Moon, Ricky Whittle, il che suggerisce una potenziale durata della serie pari a un lustro). È l’inizio di un’avventura torbida nell’America più carnale, scandita da tappe in motel desolanti, casinò barocchi, prigioni, cimiteri e strade solitarie inondate di luce abbacinante. È anche un viaggio nella storia e nella cultura dell’America, a partire dai brutali flashback che introducono gli episodi e rievocano lo sbarco delle divinità antiche – scandinave, africane, celtiche, slave… – nel continente. Qui, secoli dopo, nasceranno gli dei locali, incarnazioni del materialismo occidentale dilagante che Wednesday vuole annientare. Lo stesso Shadow Moon, ladruncolo mulatto dal fisico ipertrofico, con la sua indecifrabile razza – nel romanzo, come nella serie, in molti si interrogano sulla sua etnia – incarna la spettacolare varietà di un popolo formato da tanti popoli, sempre in tensione tra una cosa e il suo opposto, tra bianco e nero, tra vecchio e nuovo, tra ricco e povero.

Ricky Whittle, attore e modello britannico già visto nella serie di fantascienza distopica The 100, fa parte di un cast azzeccato (bonus per chi conosce il romanzo e ha già visualizzato nella sua testa i personaggi letterari). Gaiman si prende anche la briga di modernizzare i propri protagonisti: geniale, la mutazione di Ragazzo Tecnologico, divinità che incarna internet. Nel romanzo, scritto al volgere del millennio, questo era un ragazzino ciccione e brufoloso, l’incarnazione del nerd spiaggiato a casa di mamma e un po’ sfigato. Il Ragazzo Tecnologico degli anni Dieci è cool, spregiudicato, logorroico, modaiolo, risultato dell’evoluzione velocissima e radicale della rete.

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American Gods si sviluppa con la supervisione dello stesso Gaiman; il risultato è un adattamento fedele a livello narrativo e allo stesso tempo potenziato. Il bardo inglese ha infatti rimpolpato le parti di alcuni personaggi, soprattutto quello di Laura Moon (la sconcertante Emily Browning di Sleeping Beauty), la moglie zombie di Shadow. Meschina e fastidiosa nel romanzo, nella serie diventa una figura perturbante, grottesca e romantica. Laura è la prima ad avere un intero episodio tutto incentrato su di lei, in contrasto con la struttura dello show che privilegia uno schema dove i protagonisti si spartiscono il tempo filmico di ciascuna puntata. Tra questi, vengono introdotti il leprecauno attaccabrighe Mad Sweeney (Pablo Schreiber, Orange Is the New Black), la mangiatrice di uomini Bilquis (la sensualissima nigeriana naturalizzata americana Yetide Badaki), la truce incarnazione dell’oscurità Chernobog (il diabolico svedese Peter Stormare di Prison Break), la sibillina Media (un spettacolare Gillian Anderson che si manifesta con l’aspetto di star hollywoodiane), la folkloristica Zorya (l’impareggiabile Cloris Leachman di Frankenstein Jr.) e Wednesday-Odino, mellifluo seduttore di anime che ha il volto dell’icona televisiva Ian McShane (lo spietato Al Swearengen del western Deadwood). L’interpretazione di quest’ultimo è superba e sembra contagiare tutti gli altri con il suo considerevole talento.

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Il canale che produce American Gods è uno di quelli che concede totale e incondizionata libertà creativa agli autori, anche e soprattutto a visionari come Fuller. È lo stesso, per intenderci, di Spartacus e Ash vs Evil Dead, ovvero quella StarZ che ama indugiare su sesso (di ogni tipo e inclinazione) e violenza (la più efferata e la più coreografica). Il produttore di Hannibal ne trae il massimo profitto: la serie esibisce una potenza visiva fuori scala. Gli ambienti sono immersi in una fotografia aggressiva, dai colori sgargianti come i rossi e i porpora sensuali, dagli squarci di luce al neon e dal buio che fagocita i personaggi e gli ambienti. In ciascuno episodio impera l’estetica pittoresca di Fuller e l’impronta di Patty Podesta, la production designer che firmò solo la prima stagione di Hannibal conferendo alla sua rappresentazione della realtà quell’inflessione morbosa e primordiale che si ravvede anche in American Gods. Già nei primi episodi si distinguono almeno tre o quattro scene visivamente da togliere il fiato, tableau vivant annegati in una pioggia incessante dove le gocce si stagliano come diamanti, oppure rappresentazioni simboliche e macabre e come rappresentazioni bibliche. La sinergia del genio narrativo e di quello visivo di Gaiman e Fuller è, in sintesi, folgorante: insieme creano una serie poderosa, possente a livello narrativo, metaforico e iconografico.

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