Tutto quello che non ricordo di J. H. Khemiri – recensione

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articolo di Paolo Armelli per Wired.it

Sei tutto svedese o metà e metà? Tu ti senti svedese? Quanto ti senti svedese? Mangi la carne di maiale? A proposito, quanto ti senti svedese?“. Sono le domande che vengono rivolte con una certa insistenza a Vandad, uno dei personaggi del romanzo Tutto quello che non ricordo di Jonas Hassen Khemiri. L’autore, nato da madre svedese e padre tunisino, è ora in Italia per inaugurare il festival I Boreali della casa editrice Iperborea, ed è quasi ossessionato dai temi dell’identità e della memoria.

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Il libro, in effetti, sfumando i confini fra la narrativa e la non-fiction, tenta di ricostruire la vita di Samuel, un giovane uomo d’origini straniere che rimane coinvolto in un fatale incidente. Uno scrittore interroga le persone più vicine a lui, cercando di ottenerne un ritratto, qualche spiegazione e forse anche una specie di redenzione. Eppure, in una Stoccolma che sembra il regno dell’incomunicabilità, ogni versione differisce dalle altre, ognuno seleziona il proprio punto di vista delle cose: “Mi interessano i limiti del linguaggio, quando le parole che pensiamo possano comunicare qualcosa, invece, falliscono nel loro intento“, ci ha raccontato Khemiri.

Le parole e di conseguenza i nomi, e dai nomi all’identità: sullo sfondo del romanzo c’è il tema dell’integrazione difficile ma anche inevitabile. I personaggi si portano dietro nomi che li pongono, a prescindere, in una definizione preconfezionata e Khemiri cerca di sovvertire queste etichette proprio come fa con le regole della narrativa: il suo racconto è veloce, frammentato, caleidoscopico nel modo in cui fa parlare tanti personaggi diversi, ognuno con la propria versione dei fatti.

Ma se l’identità è legata al passato, non ci può essere identità senza memoria: la nonna di Samuel soffre di Alzheimer, sta perdendo ogni ricordo della sua esistenza, e questo diventa metafora di un’anima persa in un mondo che ti costringe continuamente a te stesso. Il passato è qualcosa da cui sfuggire e da tener caro al tempo stesso, evitando le sirene dei vari nazionalismi: “Volevo sfidare l’idea dell’identità nazionale come ce la raccontano oggi” dice Khemiri. “Come se l’arrivo degli stranieri fosse una cosa nuova. Invece capita da sempre, e anzi abbiamo proprio bisogno degli stranieri per capire chi siamo veramente“.

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Interessante è come i personaggi scelgano accuratamente cosa ricordare e come raccontarlo: è un meccanismo quasi spontaneo per ognuno di noi. Selezionare analiticamente ciò che fa comodo ricordare è conseguenza dell’esigenza di mettere assieme una narrativa che ci racconti nel modo in cui vogliamo presentarci agli altri. In un mondo in cui lo scontro di civiltà sembra dietro l’angolo e spesso quasi auspicato, la costruzione selettiva dell’identità da tema personale diventa questione sociale e universale.

Samuel e la fidanzata Laide, Vandad e l’amica Pantera: questi ragazzi sono immersi in una vicenda analogica, dove non ci sono social ma solo sms, dove non c’è l’ossessione dello smartphone o dei selfie, tanto che potrebbe essere ambientata anche dieci anni fa. Eppure è difficile immaginare una storia più contemporanea di questa, in cui il peso di una società ossessionata dal racconto di se stessa si riflette nell’animo incerto di questi giovani che non vogliono essere ricordati, ma solamente ricordare. “Ci vogliono continuamente incasellare“, confida Khemiri, “e quello che volevo esprimere era proprio il tentativo di rompere quegli schemi“.

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