Intervista a Gianluca R. Bandini, autore scifi e bestseller su Amazon

Penne Matte

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Siete dei fan della fantascienza vecchio stile, quella della Space Opera che parla di civiltà aliene su lontani pianeti e vede nello spazio un territorio da esplorare? Sappiate che non si tratta di una fantascienza estinta. Nonostante questo genere si sia ibridato sempre più nel tempo e oggi abbia imboccato la strada della distopia, ci sono ancora autori che amano scrivere di viaggi interstellari, alieni, strani oggetti precipitati sulla Terra e astronavi dalla tecnologia avveniristica. Uno di questi è Gianluca Ranieri Bandini, prolifico autore self (ma non solo self, come ci racconterà lui stesso) che su Amazon vanta già una corposa bibliografia e con il suo ultimo romanzo, Skyfall, è entrato nella classifica dei bestseller.
Penne Matte lo ha intervistato, sulla sua opera, sui piaceri e dispiaceri di essere un autore in Italia ai tempi di internet e sui segreti per una buona storia sci-fi.

Quanto tempo ti prende la scrittura e che cosa, di questo mestiere o vocazione, ti gratifica di più?
È un mestiere senza orari, che ti accompagna tutto il giorno e dal quale non si stacca mai. Ogni momento è buono per meditare sullo sviluppo della trama e dei personaggi, perché le idee più brillanti possono emergere nei momenti più inaspettati, come quando si sta in fila alla posta o si guarda fuori dalla finestra. Se per “quanto tempo ti prende la scrittura” ci si riferisce all’atto di battere le dita sulla tastiera di un computer, direi due o tre ore al giorno a cui ne vanno sommate altrettante per interagire con i lettori, curare il marketing e raffrontarsi con editori e colleghi. Anche leggere romanzi di genere fa parte del mestiere, poiché non si può essere uno scrittore se prima non si è un forte lettore. Tuttavia l’alchimia non è perfetta se al costante impegno non si aggiunge un irrefrenabile coinvolgimento emotivo, ovvero quella fortissima passione che alla fine mi ha regalato la più grande delle gratificazioni: trasformare il mio hobby in un lavoro.

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Noto che per tematiche, le tue trame si rifanno alla Space Opera. Pensi che i vecchi temi della fantascienza siano ancora attuali?
Assolutamente sì. Ciò che è mutato è il modo di presentarli, ma si tratta di un cambiamento che riguarda tutta la letteratura. D’altronde negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato profondamente, non solo per quanto concerne la tecnologia, ma anche e sopratutto per il modo di comunicare. La dedizione alla Space Opera è inevitabile per chi come me è cresciuto a pane e Star Trek. I maggiori successi fantascientifici degli ultimi anni riguardano sopratutto la distopia, ma il seguito di alcuni ebook sulle librerie online, suggerisce che fra i lettori vi sia molta fame di Space Opera.

Navi spaziali, viaggi da un pianeta all’altro, alieni mutanti. Pensi che un mondo e un futuro come quelli descritti nei tuoi romanzi siano possibili o secondo te siamo soli nell’universo tranne che sulla pagina scritta?
Ritengo che in tutta la galassia non esista uno scrittore di Space Opera che non sia convinto di raccontare qualcosa che non solo possa esistere in futuro, ma che magari riguardi il presente di qualche civiltà aliena. Secondo una delle principali stime l’universo visibile è composto da cento miliardi di galassie che, a loro volta, sono formate da una media di cento miliardi di stelle. È da specie egocentrica credere che non esistano altri esseri intelligenti, mentre sarebbe lungimirante imparare a viaggiare fra le stelle il prima possibile. La Terra non ha risorse e vita illimitate.

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In che modo raccogli idee per le tue trame?
Annoto ogni idea che mi viene in mente e, terminato il romanzo del momento, riapro gli appunti e seleziono la nuova trama da sviluppare. La successiva preparazione consiste nell’abbozzare lo svolgimento di ogni singolo capitolo. Ultimato il processo avanzo con ordine nella stesura del romanzo. Si tratta “solamente” di ampliare e approfondire ciò che si è già scritto.

Qual è il romanzo o la saga a cui sei più affezionato e perché?
Il Ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov trovo che sia l’opera omnia della fantascienza. Descrizioni, spessore dei personaggi e dialoghi sono trattati con la dovizia del grande maestro. Ciò che più mi ha colpito è la rappresentazione di un remoto futuro in cui l’umanità ha colonizzato la galassia. Bisogna disporre di un immenso talento per narrare la storia di un vastissimo universo che esiste soltanto nella propria testa. Altri elementi che adoro sono i colpi di scena e le indagini di alcuni personaggi. Bisogna ricordare, poiché in tanti lo ignorano, che Asimov è stato un bravissimo giallista.

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Se non fosse per il tuo nome, potresti essere tranquillamente un autore di lingua inglese. Mai pensato di far tradurre i tuoi lavori?
In realtà molti dei miei lavori sono stati tradotti in lingua inglese. Non ve ne è traccia perché ho scelto di utilizzare uno pseudonimo anglosassone; una soluzione commerciale che in  termini di copie vendute mi ha dato ragione. Al contrario, i giudizi dei lettori non sono sempre stati dei migliori, ma la trasposizione di un testo in una lingua e un mercato stranieri non è mai cosa facile.

Che ne pensi della fantascienza italiana? Ci sono autori che ti piacciono?
Devo ammettere che adoro la fantascienza americana, pertanto gli autori che più mi piacciono sono quelli che hanno uno stile d’oltreoceano. Molti di loro sono miei amici, vorrei quindi evitare di menzionarne solo alcuni o di esporre un piccolo elenco telefonico.

Penne Matte è un social network di autori in maggioranza esordienti o che si autopubblicano. Quale consiglio daresti a un autore self per guadagnare lettori (oltre al fatto di scrivere bei romanzi, naturalmente)?
La cosa migliore da fare è creare un prodotto letterario di qualità. I lettori meritano rispetto, per questo motivo l’autore self non deve lasciare nulla al caso. Prima che un’opera venga pubblicata, è tassativo che sia revisionata da un editor professionista. Allo stesso tempo l’attenzione verso la copertina, il titolo, la sinossi e il prezzo deve essere maniacale. Sono gli unici elementi che un lettore ha per valutare e acquistare un semisconosciuto. In seguito fatevi conoscere attraverso i social, in particolar modo Facebook, i blog e tutti i canali che vi vengono in mente. Interagite, dialogate ed evitate lo spam puro.  Se volete fare della scrittura un mestiere o avere per lo meno un riscontro positivo, siate pronti a investire tempo e denaro, poiché in questi casi è meglio non affidarsi ai miracoli.

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Mai avuto rapporti con l’editoria tradizionale?
Ho avuto e continuo ad avere rapporti con l’editoria tradizionale. Ho iniziato la mia avventura con delle piccole case editrici, fino ad approdare a un grande editore per il quale scrivo “romance” sotto pseudonimo femminile. Il vantaggio di essere un self publisher è quello di potersi avvalere di una libertà totale, dalla scelta di cosa scrivere a quella del prezzo di copertina. Il rovescio della medaglia lo si trova nella mancanza del supporto gratuito e immediato dei professionisti che occorrono per la creazione di un prodotto di qualità. Se mi chiedete se sia meglio autopubblicare o affidarsi a un editore, mi sento soltanto di asserire che se si raggiunge un discreto successo come self, può convenire cedere i diritti soltanto ad una prestigiosa casa editrice che garantisca l’ingresso nella grande distribuzione. Da quando ho scelto di vivere di scrittura la mia visione delle cose si è fatta meno poetica e più pragmatica. Se si tratta di un hobby si può intraprendere qualsiasi decisione, ma se si parla di lavoro, le cose cambiano. Al contrario di quanto molti credano, calcolatrice alla mano, spesso risulterà conveniente la scelta di rimanere dei self publisher. Avendone la possibilità, credo che ad oggi la soluzione più interessante sia quella di percorre entrambe le strade. Consiglio spassionato: fuggite dall’editoria a pagamento.

Penne Matte ha aperto a tutti un concorso di racconti di fantascienza. Ci dici la tua ricetta per un racconto scifi perfetto?
Prima di tutto la ricetta prevede di stabilire la lunghezza esatta del racconto e di dividerlo in parti ben definite: introduzione, sviluppo e conclusione. Il racconto è un genere complicato perché si deve trovare la giusta armonia in poche pagine, pertanto bisogna evitare di cominciare una stesura ignorandone il finale, altrimenti c’è il rischio di perdersi. Ulteriore premura è quella di non risultare prolissi o desiderosi di apparire come i primi della classe. L’uso di un linguaggio chiaro e diretto è l’ingrediente principale. Per quanto concerne l’introduzione, suggerirei d’iniziare con il botto e catturare subito il lettore per costringerlo ad andare avanti. Inserire poi nella parte centrale un colpo di scena e rendere imprevedibile il  nostro finale, può essere un buono stratagemma. L’importante è non strafare e conservare almeno una minima linearità. Con le dovute eccezioni, il presupposto è che il lettore voglia distrarsi e divertirsi; se desiderasse affrontare una serie di complicatissimi tecnicismi, sceglierebbe un testo d’ingegneria aerospaziale e non un racconto sci-fi. Ultimo suggerimento: non porre limiti alla fantasia e cercare, laddove possibile, un sostegno scientifico, nel perfetto equilibrio fra “scienza” e “fanta”.

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