La recensione di “Grey”, il sequel di “Cinquanta sfumature”

Penne Matte

articolo comparso sul sito Ayzad. La guida per esploratori del sesso insolito

Grey è, come senz’altro saprete, l’inevitabile sequel di 50 sfumature di grigio. Nato senza vergogna per alimentare un business da 125 milioni di copie vendute (senza contare quelle piratate da Internet), non racconta una nuova storia ma proprio quella che abbiamo già visto anche al cinema, seguendo lo schema della ripetizione rassicurante tipica delle favole per bambini sotto i 6 anni. La novità consiste nel punto di vista della narrazione: al posto dell’innocenza pasticciona di Anastasia Steele, questa volta gli eventi vengono raccontati direttamente dal tenebroso Christian Grey, dominatore spietato e multimiliardario part time.
Poiché un onere del mestiere di esperto di BDSM consiste sfortunatamente nel leggersi tutti i libri sull’argomento – compresi quelli orrendi – mi sono fatto coraggio e ho passato gli ultimi giorni a subire le 550 pagine dell’edizione originale. Non ho quindi idea di quale sarà la qualità dell’imminente traduzione italiana, ma in compenso mi sono fatto una opinione piuttosto precisa dell’ultima grande impresa letteraria della signora James.

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Partiamo dalla buona notizia: Grey è scritto meglio della trilogia che lo precede. Non molto meglio, badate, ma per lo meno questa volta il testo è stato evidentemente riletto da un editor e scorre un po’ più liscio. Qua e là è rimasto un uso “creativo” del dizionario (fenomenale l’uso ripetuto e spericolato di ‘to fist’ per ‘stringere le dita a pugno’, forse ignorando che fra gli amanti del BDSM ha tutto un altro senso e frasi come ‘she fisted my hair hard’ o ‘her hand fisting around while we fuck’ suonano… bizzarre), ovviamente soprattutto nelle parti copiate. Eh già, perché metà abbondante del libro è composta com’è logico dalle conversazioni, le email e il contratto della volta scorsa. “Per mantenere il realismo” l’autrice non solo non li ha ritoccati, ma ha fatto proprio un Copia&Incolla del vecchio testo. Commentare sarebbe poco urbano.

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L’altra sorpresa è stata scoprire finalmente in cosa diavolo consista il lavoro di Christian Grey. A giudicare da queste pagine, quando non fa jogging o kickboxing dedica parecchio tempo a infliggere telefonate irritanti a uno stuolo di assistenti per far spostare da una parte all’altra del suo impero abiti di ricambio, oggetti vari, elicotteri e copie del segretissimo contratto di schiavitù. Gli piace molto contare dopo quanti squilli rispondano le sue vittime, e quando proprio deve fingersi impegnato licenzia gente e chiude aziende a caso, senza un minimo di analisi finanziaria «perché queste cose io le sento». A giudicare dallo stile, deve avere studiato presso i supermanager italiani.
L’unica attività che lo interessi davvero è comunque paracadutare container di cibo in Darfur, senza coordinarsi con i programmi internazionali di aiuto umanitario e rischiando così di scatenare la terza guerra mondiale con i suoi sorvoli non annunciati. Usare una frazione di quell’investimento per offrire un piatto di zuppa calda ai senza tetto della sua Seattle naturalmente non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello – che del resto è concentrato su altro. Tipo fare stalking.

Se una delle critiche più frequenti a 50 sfumature di grigio riguardava proprio il comportamento predatorio del protagonista, Grey rincara la dose in maniera terrorizzante. Un esempio su tutti: avete presente quando al termine della fatidica intervista in cui conosce Anastasia la accompagna all’ascensore fra cuoricini e fremiti di mutande? Leggendo questo libro scopriamo che non appena le porte si erano chiuse lui l’aveva messa sotto sorveglianza, per scoprire ogni suo segreto con l’efficienza di una portinaia e un disinteresse per leggi e privacy che farebbe impallidire l’NSA. Il tutto nell’arco di 15 secondi.
Questo però è nulla in confronto alle altre rivelazioni su Mr. Grey, gentilmente offerte dal suo continuo confabulare. La petulante ‘dea interiore’ di Anastasia è stata infatti sostituita dai pensieri al confine con la schizofrenia del protagonista, che sembra non poter fare un solo gesto senza litigare con se stesso. Il brano seguente, per esempio, è tratto dal primo incontro con Ana. Il protagonista apre la porta, lei gli inciampa davanti e il suo primo pensiero è:

Ha un viso piccolo, dolce, che adesso sta arrossendo. Una pallida rosa innocente. Mi chiedo brevemente se tutta la sua pelle sia così – perfetta – e che aspetto avrebbe arrossata e riscaldata dal morso di una bacchetta.
«Maledizione.»
Blocco i miei pensieri vaganti, allarmato dal verso che hanno preso. «Che cavolo stai pensando, Grey?» Questa ragazza è davvero troppo giovane. Mi guarda a bocca aperta, e mi trattengo dal non alzare gli occhi al cielo.

Pensa te che coincidenza: è esattamente la mia stessa reazione. Gli occhi, dico. Perché il resto fa francamente accapponare la pelle. No, dico… Voi come valutereste qualcuno che appena ti vede ha come reazione istintiva immaginarti nudo e fustigato? E che discute con “le voci in testa”, parlando di sé in terza persona?
A me ha fatto tornare in mente quel che mi disse un’amica che aveva cominciato a leggere 50 sfumature di grigio senza sapere di cosa trattasse. «Quando sono arrivata al punto in cui lui dice di volerla baciare sono rimasta spiazzata. Fino a quel momento ero convinta che si trattasse di un thriller in cui Grey era un assassino seriale!»

In effetti i tratti tipici del sociopatico ci sono tutti, comprese la dissociazione dalla realtà, i flashback, l’avversione al contatto, la paranoia e altre delizie del caso. L’autrice si sforza di giustificarli aprendo molti capitoli sui sogni del protagonista, che mostrano l’infanzia raccapricciante del piccolo Christian spingendo così forte sui toni patetici da rendere questi quadretti involontariamente ridicoli. Sul serio, ragazzo: mi spiace tanto che tu da bambino abbia perso una macchinina sotto il divano – ma non è comunque una ragione plausibile per riempirti i garage di auto sportive. E il problema più grosso di Grey (il libro, non il personaggio) è in fondo tutto qui. Mi spiego meglio…

Dal punto di vista di un amante di lunga data del BDSM devo ammettere che mi sono riconosciuto molto nei comportamenti di Grey (il personaggio, non il libro). Non solo perché abbiamo tutti e due il gusto per la dominazione, ma per molti dettagli rivelati dai suoi monologhi interiori. L’ossessione per il controllo; il bisogno di dimostrare il proprio valore; il desiderio di possesso; il terrore che il proprio amore non venga ricambiato; l’ansia per il benessere della persona amata; il timore di essere malvagio e pericoloso; l’incapacità di concentrarsi sui propri doveri; il gusto per la manipolazione psicologica; l’eccitazione sessuale incontrollabile davanti a certi gesti… Tutte cose che ho provato spesso anche io. Solo che poi ho compiuto 12 anni e sono cresciuto.
Il grande Christian Grey invece continua a ragionare come un ragazzino – o un chihuahua sotto anfetamine – vanificando ogni possibilità di prendere sul serio il romanzo.

Il che non sarebbe nemmeno un problema, se questo libro venisse visto per quello che è: un fumettone porno per sciampiste cresciute nel culto di roba come Amici e Studio aperto. Il guaio è che è facile prevedere una replica di ciò che accadde con la prima trilogia. In quel caso abbiamo assistito all’aumento vertiginoso di incidenti connessi a giochi erotici improvvisati malamente da chi aveva preso 50 sfumature di grigio per un manuale di BDSM. Qui mi aspetto invece che orde di lettrici ingenue si facciano ispirare dalla psicologia da discount della James e partano a caccia degli stronzi più colossali e infantili del quartiere, per cercare di redimerli “come l’eroina del libro” – e facendosi del gran male da sole, del tipo che non piace nemmeno alle masochiste.

Basta che poi non dicano che non le avevo avvertite di stare lontano da Grey.

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