La piccola editoria che non paga e Facebook “megafono” dei precari

Alberto Grandi

libri
Ammetto di essermi perso questa diatriba esplosa su Facebook tra fine settembre e inizio ottobre, quindi arrivo con un po’ di ritardo, ma vale la pena parlarne perché interessa quanti scrivono e leggono in rete (e quindi gli iscritti a questo social network). Riassunto delle puntate precedenti: Federico De Vita, redattore, sollecita a Voland Edizioni (famosa, per lo più, per essere l’editore italiano di Amélie Nothomb) un pagamento non pervenuto da 13 mesi per un lavoro di editing al testo Guida alla Roma ribelle, solo che non lo fa privatamente (lo aveva già fatto senza ottenere alcun risultato), ma su Facebook. Qui il messaggio postato sul wall di Voland.

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Il caso esplode. Il post genera un flame in cui all’indignazione si alternano riflessioni sullo stato dell’editoria. Il sito Bibliocartina – il cui claim è: “informazioni (e non solo) dal mondo dei libri e dell’editoria” – indaga e intervista la diretta interessata Daniela Di Sora, editore di Voland. La Di Sora ammette il ritardo nel pagamento di De Vita, se ne scusa e promette di coprire l’insolvenza in tempi brevi. Poi si giustifica con un mix di problematiche personali – vendita di un appartamento per continuare a pagare i collaboratori fissi e sperare di pagare quelli esterni, che comunque negli ultimi 3 anni, non sono stati retribuiti regolarmente, debiti – ad altre che colpiscono un po’ tutti i professionisti del settore: fatturato dimezzato, calo dei lettori, anelli della filiera editoriale che rendono non solo i redattori creditori verso gli editori ma gli editori creditori a loro volta, librerie che chiudono senza pagare il dovuto eccetera. Tra un thread e l’altro c’è qualcuno che lamenta, citando l’esperienza personale, una tendenza della Di Sora a non retribuire come si deve che risale al 1993.

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Leggetevi bene il pezzo su Bibliocartina perché secondo me è la rappresentazione di un sistema che non regge più e di una certa tendenza della piccola e media imprenditoria italiana (di qualsiasi settore, non solo editoriale) a non assumersi le proprie responsabilità perché tanto, se un collaboratore esterno non viene pagato 500, 1000 o 1500 euro per un lavoro svolto, non si rivolgerà a un avvocato spendendo la stessa cifra per vincere una causa che potrebbe durare anni e comunque, nonostante quanto si è scritto, detto e fatto sull’art. 18, lo Stato non tutela i precari, si sa.

Ormai è noto: le piccole librerie indipendenti sono schiacciate dalle grandi di catena, i piccoli editori sono schiacciati dai grandi editori e dal self publishing. Per sopravvivere devono combattere, indebitarsi e, magari, comportarsi in modo scorretto con i propri collaboratori. Per quanto si possa encomiare la loro ostinazione a resistere nel nome della cultura e del libro (e non dico questo in tono ironico, sia chiaro) viene da chiedergli: “ma chi te lo fa fare?“.

Colpa della crisi, si è sempre detto e, per fare buon viso a cattivo gioco si pensava “tanto passerà”. Ma ormai penso sia chiaro: la crisi non passa per il semplice motivo che il mondo non è peggiorato, solo cambiato e, purtroppo, non a favore degli editori tradizionali e delle librerie indipendenti. La filiera editoriale non regge più. E la sua crisi è molto più antica dell’avvento del digitale e dell’ebook: “come può ancora sostenersi un’industria come quella del libro di carta in cui la media dell’invenduto (e quindi dei resi) è ormai del 60%, se non più alta? Qual è l’impatto economico (per non parlare di quello ambientale) di una bolla di queste dimensioni, di una sovrapproduzione del 60%?”, si chiedeva Antonio Tombolini, fondatore di Simplicissimus Book Farm.

Oggi si sta combattendo una guerra decisiva per le sorti dell’editoria tra Amazon, il più grande rivenditore online e detentore del 90% del mercato ebook, e Hachette, il più grande editore tradizionale americano. Amazon vorrebbe scontare ulteriormente il prezzo dei libri digitali la cui produzione costa davvero poco agli editori, Hachette non è d’accordo: il mercato dell’editoria deve essere preservato dagli squali come Bezos che giocano al ribasso e vogliono ridurre il libro a un mero prodotto. Io non sto dalla parte di Bezos che, secondo me, non costituisce un modello di imprenditore “illuminato” da seguire. Però penso che l’editoria tradizionale abbia già perso: non perché l’ebook costi meno di un cartaceo, ma perché è già stata superata dalla tecnologia. E per tecnologia intendo quell’insieme di funzioni che regolano la nostra quotidianità, scandiscono le nostre abitudini e ci rendono più semplice la vita.

Una considerazione: ancora una volta Facebook diventa ufficio reclami. Vivremo in un mondo sovra informato dove chiunque, in rete, può dire la sua, ma è anche un mondo dove un redattore può far sapere a tutti che non viene pagato da 13 mesi, facendo del suo caso, un emblema dei tempi correnti.
Il libro va preservato, la vera cultura difesa contro l’appiattimento del web, ma i redattori vanno anche pagati, no?

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