“Difendere la Terra di Mezzo”: intervista a Wu Ming 4 su Tolkien e il fantasy

Alberto Grandi

Wu Ming 4, pseudonimo di Federico Guglieglmi, membro di Wu Ming, collettivo di autori di saggi e romanzi che hanno segnato la narrativa italiana degli ultimi anni (Q, Asce di guerra, Manituana, New Italian Epic solo per citare alcuni titoli), ha pubblicato per Odoya edizioni una raccolta di scritti dal titolo Difendere la Terra di Mezzo. Il titolo parla chiaro: in questo libro, la penna e l’intelletto sono usati come armi più che di difesa, di attacco per sbaragliare la schiera di intellettuali spocchiosi che ancora parlano dell’opera di J. R. R. Tolkien (autore del Signore degli anelli) e del genere fantasy, come di letteratura di seconda categoria. Il nemico, per quanto gli anni e il successo abbiano convalidato la qualità artista dell’autore inglese, resiste. Del resto, Il Signore degli Anelli, fin dal suo esordio, fu tacciato di essere un romanzo conservatore, se non sfacciatamente di destra.

Wu Ming 4 ci racconta la genesi dell’opera, le motivazioni intellettuali e l’ispirazione dietro il parto e il successo che si è guadagnata negli anni, contaminando tanti generi di intrattenimento. Si tratta di una lettura dotta e piacevole, che può interessare il professore universitario come il gamer di World of Warcraft. Vari gli aneddoti divertenti, come il seguente: all’apice del loro successo, i Beatles si erano interessati alla realizzazione di un film tratto dal Signore degli Anelli da far girare a Stanley Kubrick proponendosi nei seguenti ruoli: McCartney – Frodo, Starr-Sam, Harrison-Gandalf e Lennon-Gollum.
Abbiamo intervistato Wu Ming 4 per parlare di Tolkien, l’importanza della sua opera e lo stato attuale del fantasy.
Dopo l’intervista altre vostre opere che partecipano al FantasyContest: tra di voi c’è forse il nuovo Tolkien?

WuMing

L’opera di Tolkien, vista da certa critica come un ritorno a temi tradizionali quali la battaglia tra il bene e il male, è tra le più lette e citate dai new media. Quanto il successo è dovuto al bagaglio visivo che evocano le sue pagine e quanto a un suo genuino valore letterario?
Il successo è dovuto al suo valore letterario, che si basa anche sulla grande capacità visionaria dell’autore. L’immaginario visivo legato alla Terra di Mezzo, fatto di film, illustrazioni, videogame, fumetti, eccetera non è campato per aria, nasce dalle pagine letterarie. Tra l’altro, se c’è uno che ha curato maniacalmente i dettagli visivi del suo mondo fantastico quello è Tolkien.

Il Signore degli Anelli è stato valutato diversamente a seconda delle epoche storiche. Come definiresti la critica attuale? Quale approccio ha nei confronti di questo libro?
Da qualche tempo la critica inizia a dare segnali di apertura nei confronti di un autore che è di fatto un classico del Novecento ma per cinquant’anni è stato snobbato. Questo vale soprattutto per l’area anglofona. In Italia c’è ancora parecchio da fare. Da noi è difficile incontrare recensori che abbiano davvero voglia di capire la profondità delle storie di Tolkien. E’ più facile imbattersi in nostalgici tradizionalisti, oppure evangelizzatori che usano Il Signore degli Anelli per fare propaganda di fede. Penso però che le cose stiano piano piano cambiando anche in Italia. La recente nascita di un’Associazione Italia Studi Tolkieniani fa ben sperare in questo senso.

Cos’ha raccontato di sostanziale questo romanzo? Lo chiedo perché oggi il suo messaggio originario si perde tra i salvaschermi fantasy dei computer, le gallery degli elfi postate su Facebook e le scene di battaglia tratte dal film e caricate su YouTube….
Il messaggio di un’opera letteraria muta a seconda del luogo e del tempo in cui la si legge. In un romanzo come Il Signore degli Anelli si può trovare una riflessione narrativa sul male, sul tempo, sul potere, sulla morte, sul coraggio… Ed è una riflessione tutt’altro che banale. Ma si può tradurre anche solo in un paio di screenshot o di sequenze digitalizzate. Sono altri modi di narrare e servono anche quelli, sarebbe un guaio se non ci fossero. Qualunque steccato tra cultura alta e cultura bassa è destinato a essere scavalcato. Io voglio poter leggere un saggio su Lo Hobbit e il giorno dopo giocare a La Battaglia per la Terra di Mezzo sul PC.

Si può parlare di un fantasy italiano? Se sì e in che modo è debitore all’opera di Tolkien?
Suppongo che si possa dire che un fantasy italiano esiste. Quale sia il suo valore letterario non saprei dirlo invece, perché non ritengo possibile fare valutazioni per genere, si può valutare soltanto la singola opera. Tutti gli autori che tentano la via del fantasy sono in qualche misura debitori di Tolkien e gli italiani non fanno eccezione. Una delle saghe italiane più note ha come protagonista una Mezzelfa. I Mezzelfi nascono nella mitologia scandinava, ma ovviamente arrivano in Italia per il tramite di Tolkien.

Perché un fantasy mediterraneo, legato ai miti del classicismo, non ha avuto altrettanta fortuna di quello di chiara ispirazione nordica?
Perché in epoca contemporanea nell’area del Mediterraneo non si è prodotta una riflessione così approfondita sulle fiabe, sul folklore, sul fantastico, come invece è successo nell’Europa centrale e nord-occidentale. In gran parte la riscoperta del fantastico e la nascita di un genere come il fantasy derivano dal Romanticismo, che nell’Europa meridionale ha assunto altre caratteristiche.

La fantascienza è in crisi e secondo alcuni critici “per colpa” del fantasy. La sci fi manca di “sense of wonder”, di cui invece il fantasy è pieno, e in un mondo tecnologico come il nostro, non può più azzardare grandi previsioni. Il fantasy ha l’indubbio vantaggio di poter essere un genere d’evasione, ma in che modo è anche un genere di critica sociale?
Non è tanto che non si possano azzardare previsioni sul futuro della tecnologia, è che non si riesce più ad azzardare alcuna previsione. La fantascienza è in crisi non per colpa del fantasy, ma perché è finita ogni idea di futuro che non sia una distopia fin troppo realistica. Detto questo, ogni genere letterario, ogni opera narrativa, può contenere una critica sociale, il fantasy non fa eccezione in questo senso. Tolkien, che non era affatto interessato alla critica sociale, a chi gli imputava di scrivere romanzi d’evasione rispondeva che questa era un’accusa da “secondini”, e che l’istinto di evadere dalla realtà che ci circonda non è affatto negativo. E si potrebbe aggiungere che, paradossalmente, proprio questo è spesso il punto di partenza della critica sociale.

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